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Jatvingi

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Territorio controllato dagli Jatvingi nel XII secolo e loro suddivisioni tribali sovrapposti ai moderni confini politici

Gli Jatvingi, noti anche come Sudovi (in lituano Jotvingiai o Sūduviai; in lettone Jātvingi; in polacco Jaćwingowie; in bielorusso Яцвягі?, Jacviahi; in tedesco Sudauer), erano una tribù o una confederazione tribale baltica stabilita nelle attuali Lituania sudoccidentale, Polonia nordorientale e Bielorussia occidentale. Erano strettamente imparentati con il vicino popolo dei Pruzzi e secondo alcuni studiosi andrebbero considerati un sottogruppo degli stessi.

In antichità il territorio abitato dagli Jatvingi si estendeva probabilmente verso sud fino al Bug e verso est fino allo Svislač. A seguito dell'espansione slava esso si ridusse progressivamente e nel XIII secolo si incentrava sull'alto e medio corso del Nemunas e del Šešupė, arrivando fino alla regione dei laghi masuriani a ovest e al fiume Narew a sud.[1] Oggi quest'area corrisponde principalmente alla parte settentrionale del voivodato della Podlachia e alla parte orientale del voivodato della Varmia-Masuria in Polonia, alle regioni storiche della Dainava occidentale e della Sudovia in Lituania e alla regione di Hrodna in Bielorussia. Il territorio poteva altresì essere circoscritto tra le odierne Marijampolė e Merkinė (in Lituania), Slonim e Kobryn (in Bielorussia), Białystok e Ełk (in Polonia).[2]

Denominazione

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Non è noto se gli Jatvingi avessero un endonimo che li indicasse nella loro totalità, mentre tra i loro vicini erano noti con diversi nomi che presentavano una notevole varietà a seconda dell'area geografica o del periodo storico di riferimento: tra i Norreni erano chiamati játvingar o játvigar[3] e nella Rus' di Kiev ѩтвѧги (jatvęgĭ);[4] i Pruzzi li chiamavano sūdawiai, nome che fu poi adattato dai Teutonici come Sudauer;[1][5] nella Lituania medievale erano noti come dainaviai, mentre in Polonia erano chiamati Połekszanie o in latino Pollexiani.[1]

Questa situazione onomastica sembra suggerire che gli Jatvingi non fossero un singolo gruppo monolitico ma che fossero invece suddivisi internamente in varie entità etno-territoriali e ciascuno dei popoli vicini finì per applicare per sineddoche all'intera popolazione il nome del sottogruppo a loro geograficamente più vicino o con cui interagirono per primo nel corso della loro storia.

Sebbene alcuni accademici propongano che questa varietà onomastica sia nata totalmente all'esterno del mondo jatvingio e che non ci siano prove che essa rifletta alcuna suddivisione intera, oggi la maggior parte degli storici ritiene che nel XII-XIII secolo quelli che vengono comunemente definiti in modo collettivo come "Jatvingi" non fossero in realtà una singola tribù, ma piuttosto una confederazione di almeno quattro entità tribali: gli Jatvingi propriamente detti, i Sudovi, i Dainavi e i Pollexiani.[1][5][6]

Gli Jatvingi veri e propri (il cui nome nativo è stato ricostruito come *Jotvingai)[7] abitavano nella zona centrale e meridionale della confederazione, corrispondente principalmente con il bacino del Czarna Hańcza, ed erano probabilmente la più influente tra le tribù confederate.[8] Sono citati anche come Iotvingi[9] o Jatviegi[10] e la regione da loro abitata era nota come Jotva, dalla quale prendevano il nome. La maggior parte dei baltisti ritiene che il nome Jotva sia di origine idronimica: secondo Kazimieras Būga deriverebbe da un inattestato corso d'acqua dal nome ricostruito di *Jotvos, dalla radice protobaltica *i̯āt- "andare, passare, scorrere" (etimologia simile a quella del fiume Jotija più a nord);[5][7] secondo un'ipotesi più recente invece deriverebbe dall'originale nome baltico del fiume Hańcza, ricostruito come *Antia.[8] Simas Karaliūnas propone invece un'ipotesi alternativa a quella idronimica: pur accogliendo la proposta di Būga dell'origine dalla radice *i̯āt-, egli le attribuisce però lo stesso significato che essa assunse in protoslavo di "branco, gregge, gruppo in movimento" e ritiene quindi che Jotva significhi "esercito, orda" e gli Jatvingi di conseguenza sarebbero "i soldati, i guerrieri".[11]

I Sudovi (il cui nome nativo è stato ricostruito come *Sūdai)[7] abitavano nella zona settentrionale della confederazione, corrispondente per lo più con l'alto e medio bacino del Šešupė. Sono citati anche come Sudi,[7] Sudavi,[10] Suduvi[12] o Sudeti[5] e la regione da loro abitata era nota come Sūdava (in latino Sudovia). Anche in questo caso l'ipotesi etimologica più accreditata è quella dell'origine idronimica: secondo Vytautas Mažiulis questo nome deriverebbe dall'idronimo locale inattestato Sūd(a)vā, a sua volta risalente dalla radice verbale baltica sū- "fluire, scorrere, riversarsi";[13] secondo Būga invece il loro nome deriverebbe dal fiume Sūduonia,[7] legato al termine baltico sūduva: palude, acquitrino.[14] Esistono anche ipotesi alternative: Karaliūnas ricollegò l'etimologia al baltico *sū́das "robusto, vigoroso, fertile, lussureggiante", e i Sudovi sarebbero quindi "i forti" o "i prosperi"; il già citato Būga invece avanzò anche l'ipotesi che il loro nome potesse provenire dal protoindoeuropeo *swé ("se stesso" o "proprio") e quindi i Sudovi sarebbero letteralmente "i propri simili" o "i compaesani".[7]

Dai Sudovi prende il nome la regione storica della Sudovia.[1][5]

I Dainavi (il cui nome nativo è stato ricostruito come *Dainuviai[7] o *Dainiai[11]) abitavano nella zona orientale della confederazione, estendendosi su entrambe le sponde del medio corso del Nemunas, più o meno dall'altezza di Hrodna fino a quella di Alytus.[1][5][15] Sono citati anche come Denowi[5] o Deynowi[16] e la regione da loro abitata era nota come Dainava. Secondo Būga il loro nome deriverebbe da un inattestato idronimo *Dainava, dalla radice baltica *dain‑ "rapido, saltellante, ripido".[7][16] Secondo Karaliūnas invece l'etimo andrebbe rintracciato nel protobaltico *dḗinā "vacca" e quindi il loro etnonimo avrebbe il significato di "bovari" o "allevatori di bestiame".[11][15] Infine secondo una tradizione popolare la regione prenderebbe il suo nome dalla parola lituana daina "canto" e la Dainava sarebbe quindi letteralmente "la terra dei canti", tuttavia la maggior parte dei linguisti ritiene questa ricostruzione una paretimologia.[7]

Dai Dainavi prende il nome la regione storica della Dainava, sebbene essa coincida solo in parte con il territorio abitato dall'antica tribù baltica.

I Pollexiani (il cui nome nativo è stato ricostruito come *Palukai)[17] abitavano nella zona occidentale della confederazione, corrispondente grossomodo con il bacino dell'Ełk, con la parte settentrionale della regione storica della Podlachia e con le sponde orientali dei laghi masuriani (queste ultime probabilmente condivise con il popolo dei Galindi).[1][5][18][19] Sono citati anche come Polesiti[20] o Paleki[1] e la regione da loro abitata prendeva il nome di Pollexia. Diverse ipotesi sono state proposte per ricostruire l'etimologia di questo nome. Secondo Henryk Łowmiański Pollexia sarebbe una semplice latinizzazione del nome Podlachia (ipotizzando un'assimilazione del gruppo -dl- a -ll-), tuttavia la maggior parte dei baltisti respinge questa ipotesi, evidenziando come l'ampia diffusione anche della dicitura Polexia (con una sola "l") nei documenti medievali confuterebbe l'ipotesi dell'assimilazione.[20] Secondo un'altra ipotesi la regione avrebbe la medesima etimologia del nome Polesia e avrebbe quindi il significato di "terra tra i boschi" (dal protoslavo *po "presso, vicino" e *lʲes "bosco, foresta").[20] Infine un'altra ipotesi ancora ritorna verso una possibile origine idronimica per Pollexia, che deriverebbe sì dalla preposizione *po ma unita a *Lek (antico nome dell'Ełk) e avrebbe quindi il significato di "terra lungo il fiume Ełk".[6][18] Sulla base di quest'ultima ipotesi l'originale toponimo baltico è stato ricostruito come *Paluksija o *Paluksa, che sarebbe poi stato polonizzato in Poleksie o Poleksze e da lì latinizzato in Pollexia o Polexia.[17]

Preistoria e antichità

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Secondo il dato archeologico i primi Balti si insediarono lungo il corso del Nemunas tra il 2000 e il 1500 a.C.[21] Si ritiene che la prima menzione degli Jatvingi, in particolare dei Sudovi, vada riconosciuta nei Soudinoí (Σουδινοί) citati dal geografo greco Claudio Tolomeo nel II secolo tra i popoli che abitavano l'estremo nord.[1][21][22]

All'inizio del X secolo una parte degli Jatvingi fu probabilmente vassalla della Rus' di Kiev, poiché tra i membri dell'ambasciata kievana a Costantinopoli del 944 compare anche un tale "Gunarev lo Jatvingio".[1] I rapporti tra le due realtà devono successivamente essersi incrinati, poiché nella Cronaca degli anni passati è riportato che nel 983 gli Jatvingi furono sconfitti dal gran principe Vladimir I di Kiev e nuovamente costretti a pagare un tributo.[1][21] Sempre sul finire del X secolo iniziarono i tentativi di evangelizzazione dei Balti da parte dei missionari cattolici ed erano probabilmente Jatvingi i pagani che nel 1009 si resero responsabili del martirio di Bruno di Querfurt.[1][21] Nei tre secoli successivi furono in costante contrasto con i loro vicini slavi: nel 1038 furono attaccati da Jaroslav I di Kiev,[1] nel 1192 da Casimiro II di Polonia[1][23] e nel 1253, 1254 e 1257 subirono gli attacchi congiunti del Regno di Polonia e del Principato di Galizia-Volinia.[1] Queste campagne comportarono per gli Jatvingi il versamento di numerosi tributi e la definitiva perdita dei loro territori più meridionali, che furono ripopolati da coloni slavi che assimilarono la locale popolazione baltica. Nello stesso periodo tuttavia la tribù dei Dainavi iniziò a entrare stabilmente nella sfera di influenza del nascente Stato lituano e quando nel 1251 re Mindaugas decise di convertire al cattolicesimo il suo regno anch'essi ricevettero probabilmente il battesimo.[1]

In risposta a queste continue pressioni gli Jatvingi svilupparono una spiccata cultura guerriera e a partire dal XII secolo iniziarono a lanciare a loro volta attacchi e razzie contro ruteni e polacchi, e secondo il cronista Pietro di Duisburg avevano raggiunto la capacità di schierare fino a 6.000 cavalieri e "una moltitudine di altri soldati" in battaglia.[1] Questi attacchi si intensificarono ulteriormente all'inizio del XIII secolo, in particolare da parte dei Pollexiani, che in più occasioni invasero e devastarono la Masovia settentrionale e il Culmerland insieme ai loro vicini Galindi. Furono proprio queste continue scorribande a convincere Corrado I di Polonia a chiedere nel 1225 l'intervento dei Cavalieri teutonici per pacificare definitivamente la regione baltica.[24]

Crociate nel Baltico

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Lo stesso argomento in dettaglio: Crociata prussiana e Rivolte prussiane.
Ritratto immaginario di Skomantas

Nonostante gli Jatvingi avessero avuto interazioni e schermaglie tutto sommato limitate con i Cavalieri teutonici giunti trent'anni prima, essi diedero comunque manforte ai vicini Pruzzi quando questi ultimi insorsero contro i loro conquistatori nel 1260;[1] sotto la guida del condottiero Skomantas, gli Jatvingi lanciarono nel 1263 un grande attacco contro il Culmerland e sconfissero le truppe dell'Ordine presso Angerburg.[25][26] Altri attacchi contro la stessa regione furono lanciati insieme ai Pruzzi nel 1265[26] e nel 1271.[25] Nonostante questi iniziali successi, nel 1274 la grande rivolta fu infine soffocata dai teutonici e le loro mire di conquista di volsero subito verso gli Jatvingi, con l'obiettivo di sottometterli per completare la conversione dei popoli pagani della regione e per punirli del supporto che avevano offerto ai ribelli prussiani.

Inizialmente Skomantas riuscì a organizzare un'efficacie resistenza agli attacchi teutonici e nel 1276 passò addirittura alla controffensiva invadendo nuovamente le terre dell'Ordine;[27] l'anno successivo, col supporto dei Lituani, condusse con successo 4.000 uomini a razziare il Culmerland.[25][26] Skomantas sperava che queste incursioni riaccendessero i focolai di ribellione in Prussia ma la maggior parte dei Pruzzi, che erano ormai fiaccati da anni di conflitto e che avevano accettato la conversione al cristianesimo, preferì restare fedele ai Cavalieri teutonici.[28] Nel biennio 1280-1281 i teutonici lanciarono una serie di attacchi che devastarono le terre jatvinge: in questa campagna di conquista i teutonici si rivelarono infatti molto più brutali che in passato e ogni tentativo di resistenza o di ribellione venne punito con massacri e deportazioni (principalmente verso la Sambia e la Curlandia), spingendo molti dei nativi baltici ad abbandonare le loro terre per cercare rifugio nella vicina Lituania. Nonostante fosse riuscito in una battaglia a infliggere una dura sconfitta a parte dell'esercito tedesco smarritosi nei boschi della Sudovia, anche Skomantas preferì ripiegare temporaneamente nel vicino Stato baltico.[1][25]

Tra il 1281 e il 1283 il granduca lituano Traidenis diede supporto militare ai capi jatvingi in esilio per aiutarli a ricacciare indietro i Cavalieri teutonici, ma dopo due ulteriori anni di conflitto i condottieri Gedetas, Kantigirdas e Skomantas si arresero e accettarono il battesimo e la sottomissione all'Ordine. I primi due furono deportati insieme a circa 1.600 Jatvingi nell'area nordoccidentale della Sambia, in un territorio che prese il nome di "Angolo Sudoviano" (in tedesco Sudauer Winkel), mentre al terzo furono concesse alcune terre in Prussia in cambio della sua collaborazione come comandante militare.[1][25] L'unico capo jatvingio che rifiutò di arrendersi fu Skurdo, che preferì piuttosto l'esilio in Lituania.[1][29] Alla fine del XIII secolo, dopo venti anni di guerra, la maggior parte dell'originale territorio degli Jatvingi era devastato e quasi completamente spopolato e tale rimase per decenni, divenendo noto come Grande Terra Selvaggia.[21][30]

La regione rimase terreno di scontro tra Teutonici, Lituania e Polonia fino ai trattati di Toruń del 1411 e di Melno del 1422, che posero fine alle ostilità e stabilitono i confini definitivi tra i tre Stati. Dopodiché la Grande Terra Selvaggia fu ripopolata tra il XV e il XVI secolo da coloni lituani, tedeschi, polacchi e ruteni che rapidamente assimilarono i pochi nativi rimasti.[1][31][32][33] I Dainavi, unici tra gli Jatvingi a non essere decimati o dispersi poiché si erano ritrovati da subito sotto il controllo lituano anziché sotto quello teutonico, finirono per fondersi lentamente con i Lituani,[1] venendo menzionati per l'ultima volta come un popolo distinto in una lettera di Vitoldo il Grande al re Sigismondo di Lussemburgo dell'11 marzo 1420.[34]

L'identità jatvingia sopravvisse più a lungo al di fuori del suo territorio originale. Nel 1535 Johann Gramann riporta infatti come la comunità dell'Angolo Sudoviano, stabilita in 32 villaggi e molto chiusa alle influenze esterne, utilizzasse ancora la propria lingua nativa.[35] Col tempo tuttavia anche questo gruppo andò incontro a una lenta assimilazione da parte della maggioranza tedesca circostante e l'ultima testimonianza di persone che ancora si riconoscevano come "sudoviani" risale al 1684.[36]

Una consistente popolazione che si identificava col nome di "Jatvingi" è menzionata in un censimento russo del 1857 nella zona di Hrodna, ma si ritiene si trattasse tuttalpiù di discendenti degli antichi Balti che ne avevano mantenuto il nome ma che erano ormai totalmente slavizzati.[1][37][38]

Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua jatvingia.

Gli Jatvingi parlavano la lingua jatvingia (detta anche sudoviana, dainavia o pollexiana), un idioma baltico occidentale. Sebbene questa lingua sia scarsamente attestata, la maggior parte dei linguisti la considera strettamente imparentata con il prussiano e alcuni la ritengono addirittura un suo dialetto periferico. Altri invece, evidenziando diverse sue similitudini con il lituano, ritengono che lo jotvingio vada considerato un idioma di transizione tra le lingue baltiche orientali e quelle occidentali.

Cultura e società

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Grazie ai ritrovamenti emersi dalle indagini archeologiche condotte nell'ultimo secolo, consistenti principalmente in tombe, è stato possibile ricostruire, seppur a grandi linee, molti degli aspetti socioculturali del popolo Jatvingio e la loro evoluzione nel corso del tempo.

Sviluppo della cultura jatvingia

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Estensione delle culture baltiche tra il IV e il III secolo a.C. secondo i dati archeologici: in azzurro la cultura baltica occidentale dei tumuli (associata la gruppo baltico occidentale), in verde la cultura della ceramica striata (associata al gruppo baltico orientale). La cultura jatvingia si sarebbe sviluppata nel punto di contatto tra questi due orizzonti culturali

Da quanto emerso dagli scavi, sembra che la loro cultura materiale e rituale presentasse caratteristiche in comune sia con quella dei Lituani che con quella dei Pruzzi, mostrando tratti non uniformi con variazioni progressive lungo l'asse est-ovest: i Dainavi avevano maggiori somiglianze con i Lituani, gli Jatvingi propri invece con Galindi e Pruzzi. Questa situazione eterogenea è considerata il risultato diretto del probabile processo di formazione della cultura jatvingia, che si sviluppò tra il V secolo a.C e il II secolo d.C. dalla sovrapposizione e fusione di elementi provenienti dalla cultura baltica occidentale dei tumuli (antenata dei Balti occidentali) con altri provenienti dalla cultura della ceramica striata (antenata dei Balti orientali). Stando alle indagini archeologiche, è possibile che il primo centro della cultura jatvingia si trovasse nell'attuale distretto di Węgorzewo, lungo le sponde settentrionali e orientali del lago Mamry, da dove si sarebbe poi diffusa entro il II secolo fino a quelli di Suwałki e Augustów e poi da lì al resto del territorio storico jatvingio.[1]

A partire dal II secolo, nella parte settentrionale del territorio degli Jatvingi, i defunti venivano sepolti in tombe a tumulo in pietra – di cui sopravvivono importanti esempi come a Delnica (vicino a Lazdijai), a Dirmiškės (vicino ad Nemunaitis), a Eitulionys (vicino a Aukštadvaris), a Osowa, a Šveicarija (vicino a Jonava) e nei dintorni di Suwałki – mentre nella parte meridionale si praticava la cremazione con sepoltura delle ceneri. Entro il V-VI secolo la cremazione si diffuse a tutto il territorio, ma nel nord si conservò l'usanza di deporre poi le ceneri in tumuli: tra i Sudovi, le ceneri venivano seppellite all'interno di urne e accompagnate da alcuni oggetti funerari, mentre tra i Dainavi non si usavano urne e le ceneri venivano spesso tumulate insieme ad armi.[1]

Tecnologia e sostentamento

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Fin dai primi secoli dell'era volgare gli Jatvingi conoscevano la lavorazione del ferro e lo utilizzavano per produrre armi e utensili. Praticavano l'agricoltura (principalmente di cereali quali orzo e grano) e conoscevano l'uso dell'aratro con vomere in ferro trainato da cavalli. Allevavano anche diverse specie animali, tra cui vacche, pecore, capre, maiali e cavalli.[1]

Tumulo jatvingio presso Jatwieź Duża

Nei primi secoli della sua esistenza sembra che la società jatvingia fosse sostanzialmente egualitaria. A partire dal III-IV secolo cominciano però a comparire tombe di guerrieri dal ricco corredo (le cosiddette "tombe principesche"), segno di un inizio di stratificazione sociale, mentre intorno al VI secolo il vecchio sistema sociale basato sui legami familiari inizia a disgregarsi per lasciare il posto a comunità territoriali più ampie e articolate. Con la comparsa, tra l'XI e il XII secolo, di tombe a tumulo fortificate contenenti monili e gioielli in oro e argento, si delinea la definitiva divisione della società jatvingia in due distinte classi sociali: una classe nobiliare, ricca e dedita alla guerra, e una classe contadina, dalla vita comunitaria e dedita al lavoro manuale. Allo stesso periodo risalirebbero anche altri grandi cambiamenti socioculturali, come la trasformazione della proprietà terriera, in precedenza comunitaria, in un bene privato ed ereditario, o come l'aggregazionie dei singoli centri abitati in strutture politiche più ampie (definite solitamente, seppur in modo anacronistico, come valsčiai), a capo delle quali si trovava un "duca" (dal latino dux) scelto tra i membri di maggior spicco della nobiltà locale.[1][39]

Sempre nella medesima epoca la cultura jatvingia assunse caratteri più marcatamente guerreschi e, dopo aver subito per secoli attacchi e perdita di territorio prima durante le migrazioni slave e poi a causa delle mire espansionistiche della Rus' di Kiev e del Regno di Polonia, gli Jatvingi iniziarono a praticare sistematicamente guerre e razzie verso i loro vicini slavi, come testimoniato dalle cronache medievali nonché dalla massiccia comparsa di monili di origine polacca e rutena tra i corredi funebri della nobiltà. In caso di invasione o durante le maggiori campagne militari, diversi valsčiai si alleavano ed eleggevano un comandante militare comune, talvolta definito "principe" . Tra queste figure rientrano anche tutti quei condottieri che nel XIII secolo combatterono contro i cristiani delle crociate nel Baltico: Komotas, Kantigirdas, Gedetas, Skurdo e, soprattutto Skomantas, l'unico che riuscì, seppur brevemente, a riunire la totalità degli Jatvingi sotto il suo comando.[1]

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 (LT) Adolfas Tautavičius, Jotvingiai, su Visuotinė lietuvių enciklopedija. URL consultato il 9 giugno 2026.
  2. ↑ (EN) Rūta Janonienė, Tojana Račiūnaitė, Marius Iršėnas e Adomas Butrimas, The Lithuanian Millenium: History, Art and Culture, VDA leidykla, 2015, p. 45, ISBN 978-60-94-47097-4.
  3. ↑ (RU) A.S. Kibin, Ятвяги в X-XI вв.: «балтское племя» или «береговое братство»? [Gli Jatvingi nel X-XI secolo: una semplice «tribù baltica» o una «comunità costiera» inclusiva?], in Studia Slavica et Balcanica Petropolitana, vol. 4, n. 2, 2008, pp. 117-132.
  4. ↑ (RU) Вестник Императорского русского географического общества, vol. 16, San Pietroburgo, 1865, pp. 126-127.
  5. 1 2 3 4 5 6 7 8 Dini 1985, pp. 289-290.
  6. 1 2 (PL) Jaćwingowie. Zapomniani wojownicy- wystawa w Świdnicy, su wczesnesredniowiecze.pl, 30 luglio 2021. URL consultato il 19 giugno 2026.
  7. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 (LT) Kazimieras Būga, Rinktiniai Raštai, vol. 3, Vilnius, 1961, pp. 126-156.
  8. 1 2 Nalepa 1967, p. 8.
  9. ↑ Giedrius Subaèius, La lingua lituana: tradizione e modernità (PDF), su Istituto della Lingua Lituana, p. 15. URL consultato l'11 luglio 2021 (archiviato dall'url originale il 29 settembre 2016).
  10. 1 2 Karol Górski, L'Ordine teutonico: alle origini dello stato prussiano, traduzione di Anna Vivanti Salmon, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1971, p. 23.
  11. 1 2 3 (LT) Simas Karaliūnas, Baltų etnonimai, Vilnius, Lietuvių kalbos institutas, 2015, ISBN 9786094111501.
  12. ↑ Simonetta Massimi e Maria Letizia Arancio, Ambra: Dalle rive del Baltico all'Etruria, Gangemi Editore spa, p. 27, ISBN 978-88-49-27535-3.
  13. ↑ (EN) Yotvingians, su gutenberg.org. URL consultato il 12 maggio 2020.
  14. ↑ (LT) Aleksandras Vanagas, Lietuvių hidronimų etimologinis žodynas (PDF), Vilnius, Mosklas, 1981, p. 319.
  15. 1 2 (LT, EN) Simas Karaliūnas, Dainavà. Vardo reikšmė, istorija ir kilmė, in Baltistica, vol. 41, n. 1, Vilnius, 2006, pp. 103-117, DOI:10.15388/Baltistica.41.1.1140.
  16. 1 2 (LT) Edvardas Gudavičius, Dainava, su Visuotinė lietuvių enciklopedija. URL consultato il 9 giugno 2026.
  17. 1 2 Nalepa 1967, pp. 16-17.
  18. 1 2 Nalepa 1967, pp. 12-14.
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  20. 1 2 3 Nalepa 1967, p. 7.
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  23. ↑ Nalepa 1967, p. 23.
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  30. ↑ (PL) Grzegorz Białuński, Kolonizacja Wielkiej Puszczy (do 1568 roku) – starostwa piskie, ełckie, straduńskie, zelkowskie i węgoborskie (węgorzewskie), Olsztyn, OBN, 2002, ISBN 83-87643-97-1.
  31. ↑ Dini 1985, p. 295.
  32. ↑ (DE) Andreas Kossert, Ostpreußen. Mythos und Geschichte, Monaco di Baviera, Siedler, 2007, p. 192, ISBN 3-88680-808-4.
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  34. ↑ (LT) Mūsų senovė, vol. 3, Švietimo Ministerijos Leidinys, 1922, p. 435.
  35. ↑ (EN) William R. Schmalstieg, An Old Prussian Grammar, Pennsylvania State University Press, 1974, pp. 17-18, ISBN 978-0271011691.
  36. ↑ (DE) Christoph Hartknoch, Alt- und Neues Preussen oder Preussischer Historien Zwey Theile, Francoforte e Lipsia, Hallervorden, 1684.
  37. ↑ Dini 2014, p. 301.
  38. ↑ (EN) Largest ever Yotvingian discovery made in northeastern Poland, su polandin.com, 12 novembre 2011. URL consultato il 12 maggio 2020.
  39. ↑ Cultura sudoviana, su Treccani. URL consultato il 12 maggio 2020.

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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