Remo Bianco nasce a Milano il 3 giugno 1922, in una famiglia di umili origini. Il padre Guido, anarchico irriducibile e uomo severo, lavora come elettricista del Teatro alla Scala. La madre, Giovanna Ripamonti, aveva studiato astrologia. Remo è il secondo di due gemelli; il fratello Romolo morirà di broncopolmonite nel 1923. Prima di loro era nata la sorella Lyda, che sarebbe diventata insegnante di danza classica, con cui Bianco avrà sempre un forte legame. Nel 1937 si iscrive ai corsi serali dell'Accademia di Brera dove conosce Filippo de Pisis, di cui comincia a frequentare con assiduità lo studio. Qui ha l'opportunità di incontrare artisti come Carrà, Sironi, Savinio, Soffici, Soldati, Marini, Cantatore.
Nel 1941 è arruolato come puntatore mitragliere su un cacciatorpediniere che nel 1943 è silurato e affondato. Bianco, recuperato dagli inglesi, è internato a Tunisi[1] dove ha il primo contatto con l'oriente, per cui conserverà sempre una fascinazione che lo spingerà a compiere diversi viaggi.
Nel 1944 torna a Milano dove riprende i contatti con Filippo de Pisis e gli studi all'Accademia di Brera. In questo periodo la sua opera pittorica è fortemente affine all'intenso espressionismoesistenziale del francese Rouault, ne è prova un autoritratto datato 1945. Nei suoi dipinti larghe linee scure cominciano a racchiudere spessi strati di colore plumbeo e sulfureo.
A partire dagli anni cinquanta i volti di Bianco si fanno sempre più maculati, le pennellate più indisciplinate e i colori si assottigliano.
Dalla figurazione all'astrazione: la Stagione Nucleare e Spaziale
Nei primi anni cinquanta, Bianco è ben inserito nel contesto artistico milanese: è vicino agli artisti che ruotano attorno allo Spazialismo di Lucio Fontana e al Movimento Nucleare (fondato a Milano nel 1951 da Dangelo e Baj). Da questo Bianco coglie l'amore per la materia: nelle sue opere di questo periodo le linee dei volti si fanno sempre più impercettibili e ben presto lasciano il posto ad amalgami di pittura, a croste di materia ormai quasi del tutto informi (Testa, 1952). Il passo successivo, più radicale, è un composto di colori e cristalli di vetro, vernici e colle, paste iridescenti e ciottoli (Nucleare, 1952). Dello Spazialismo coglie invece la dimensione estrosa, sperimentale, ironica e dadaista, interessandosi alla traccia materica e alla scrittura cromatica. La sua pittura si libera così quasi del tutto della figurazione per diventare una stratificazione di fili e pennellate. Il critico Pierre Restany, in anni più recenti, scriverà: "Non dimentichiamo che Remo Bianco si è formato nel dopoguerra alla scuola dello spazialismo milanese di Lucio Fontana e Carlo Cardazzo e che egli ne ha tratto una doppia lezione di energia e di eclettismo - in una sola parola di libertà"[2].
Con Cardazzo, nel 1952 inizia un'assidua collaborazione, che continuerà per tutta la sua carriera: a quest'anno risale infatti la sua prima mostra personale[3] presso la Galleria del Cavallino a cui ne seguiranno molte altre, anche alla Galleria del Naviglio di Milano[4].
All'inizio degli anni cinquanta, Bianco comincia a trasferire le sue composizioni geometriche su strati di vetro e plastica, disposti in successione per creare, sfruttando la loro trasparenza, effetti di sovrapposizione e tridimensionalità delle forme. A questi 3D si affiancano quelli realizzati su pannelli di legno, lastre di plexiglas e metallo, sempre disposti a strati, intagliati in varie forme. In un testo di presentazione per una personale dell'artista alla Galleria del Naviglio nel 1965, Gillo Dorfles scriverà: "è questa duplice qualità di labirinto inesplorato e di forma in divenire [...] a conferire ai 3D di Bianco quella qualità d'universo in fieri, ma anche d'oggetto definito e tangibile, che rende queste opere particolarmente singolari e suasive".
Nel 1955, grazie a una borsa di studio, si reca negli Stati Uniti, dove si immerge nella scena artistica americana e conosce, tra gli altri, Conrad Marca-Relli, Thomas Benton, Franz Kline e Jackson Pollock. Il contatto con l'espressionismo astratto lo porta a sperimentare nuovamente con la pittura: nascono così i Collages, formati da ritagli di tele, caratterizzate da un segno gestuale molto libero e istintivo, ricomposti in un nuovo ordine.
Remo Bianco, Tableau doré, 1960
Dallo sviluppo dei Collages, Bianco giunge a creare i Tableaux dorés, la sua serie più prolifica e conosciuta. Questi lavori vedono l'applicazione di porzioni quadrate o rettangolari di foglia d'oro su superfici differenti - talvolta lisce, perché dipinte a olio e smalto, talvolta estremamente materiche perché trattate con materiali extra-pittorici (principalmente paglia o stoffa) - monocrome o colorate con combinazioni ricorrenti (bianco e rosso, bianco e blu, bianco e nero, rosso e nero).
Bianco continua a dipingere Tableaux dorés sino agli anni ottanta, ma nel frattempo anche essi evolvono in nuove sperimentazioni: una di queste è rappresentata dalle Appropriazioni degli anni settanta, opere in cui i quadratini d'oro sono applicati ad oggetti comuni - piccoli o grandi, dalle pagine di un giornale fino ad arrivare ad un'automobile - di cui l'artista si impossessa tramite il marchio dei Tableaux.
L'Arte Improntale, le Testimonianze, le Sculture neve
Iniziata già a partire dal 1948, la ricerca sull'Arte Improntale costituisce, nelle parole dell'artista, "un recupero poetico della realtà che ci circonda, specie delle cose più umili che vanno perdute". I primissimi esempi di queste opere sono impronte di oggetti comuni di ogni genere intinti nel colore, che a partire dalla metà degli anni cinquanta - momento in cui Bianco sistematizza le riflessioni su questo tema nel Manifesto dell'Arte Improntale (1956) - si sviluppano in calchi in gesso, cartone pressato o gomma.
Da questa stessa attitudine nascono, sempre attorno alla metà degli anni cinquanta, i Sacchettini-Testimonianze: file di bustine di plastica, allineate secondo uno schema a griglia (assimilabile al ritmo dei quadrati dorati nei Tableaux dorés), riempite con oggetti comuni.
Remo Bianco, Ciò che resta di un amore - Collage, 1964
Sulla scia delle sperimentazioni chimiche di Bianco, che si intensificano nella seconda metà degli anni sessanta (è del 1964 la scrittura del Manifesto dell'Arte Chimica), nascono le Sculture neve. Anche in questo caso, oggetti di uso comune (spesso giocattoli) sono disposti a formare "teatrini" che vengono spruzzati con neve artificiale e chiusi in teche di plexiglas.
Il periodo "sadico-mistico elementare", i Quadri parlanti e La Gioia di vivere
Negli anni settanta, inizia un nuovo periodo della sua produzione definito “sadico-mistico-elementare”, a cui appartengono i cicli dell'Arte Sadica - bambole trafitte con ferri o busti classici con accette o coltelli - e dell'Arte Elementare, serie costituita da tele con fondi quadrettati con disegni di trenini, fiori, frutti, giostre, soldatini e scritte corsive che rimandano a un mondo di rappresentazioni minimali e stereotipate.
Dal 1972 si accentua l’interesse per la performance e per opere che richiedono la partecipazione attiva del pubblico (Idee per una scala, installazione autobiografica alla Galleria del Naviglio; Sadico Mistico Elementare, spettacolo-performance al Teatro Angelicum di Milano; Appropriazione del ristorante La Coupole di Parigi).
A questo periodo risalgono anche i Quadri parlanti, esposti nel 1973 alla Galleria Bon à Tirer di Milano insieme al progetto Cimitero vivente.
Si consolidano i rapporti con Parigi - già iniziati nel decennio precedente - e in particolare con il critico Pierre Restany, l’artista Raymond Hains e la Galerie Lara Vincy, che esporrà gli ultimi cicli di opere realizzate: La Gioia di vivere (1979), caratterizzata dalla combinazione di soggetti tratteggiati a mano con l'ormai riconoscibile segno dei quadrati dorati, e le Bandiere (1987).
Dal 1948 ad oggi a Bianco sono state dedicate oltre centocinquanta mostre personali, tra cui:
Galleria del Naviglio, Milano: 1950 - febbraio 1954 - febbraio 1961 - dicembre 1961 - aprile 1964 - maggio 1965 - 1967 - febbraio 1968 - maggio 1969 - settembre 1972 - gennaio 1980 - 1982 - dicembre 1988 - giugno 1992 - 2006
Galleria del Cavallino, Venezia: ottobre 1952 - luglio 1954 - luglio 1959 - agosto 1961 - agosto 1962 - marzo 1963 - agosto 1964 - luglio 1985
Galleria Montenapoleone 6A, Milano, dal 27 giugno 1953
Galerie de Beaune, Parigi, 22 aprile-maggio 1960
Casinò Municipale, Venezia, agosto 1961
Galerie Kasper, Losanna, 26 febbraio-23 marzo 1963
Galleria dell'Obelisco, Roma, dal 7 febbraio 1966
"Remo Bianco: Kemisk konst (Arte chimica)", Moderna Museet Stockholm, Stoccolma, 25 gennaio-16 febbraio 1969
Galleria Raymonde Cazenave, Parigi, 7 marzo-3 aprile 1974
The Richard Demarco Gallery, Edimburgo, agosto-settembre 1975
Il 15 luglio 2011 è stata costituita la Fondazione Remo Bianco. Le sue finalità sono lo studio, la tutela e valorizzazione di Remo Bianco e della sua opera, attraverso l’ordinamento, la conservazione e la catalogazione del materiale d’archivio, delle opere, e di ogni altro materiale documentario utile allo studio della figura e del lavoro di Remo Bianco. La Fondazione effettua l’archiviazione delle opere con la finalità di catalogazione e promuove studi, pubblicazioni e mostre, autonomamente e in collaborazione con altre istituzioni, italiane e internazionali.
Tra questi la mostra e il catalogo “Remo Bianco. Le impronte della memoria” (Museo del Novecento, Milano, 2019), a cura di Lorella Giudici, oltre a diverse pubblicazioni: Remo Bianco, “La dittatura della fantasia. Collage Autobiografico” (Johan & Levi, 2022); “Remo Bianco: il periodo 3D” di Adriano Altamira (Electa, 2024); “Remo Bianco, la plastica e il trauma dell’artista italiano del dopoguerra” di Sharon Hecker (Electa, 2026).
↑Lorella Giudici, Al di là dell'oro. Una lunga ricerca tra alchimia e sogno, favola e realtà, in Remo Bianco. Al di là dell'oro, catalogo della mostra (Roma, Complesso del Vittoriano, Gipsoteca, 8 dicembre 2006-15 gennaio 2007), a cura di Claudio Strinati e Lorella Giudici, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2006, p. 13.
↑Pierre Restany, Remo Bianco. L'immaginazione al potere, in Remo Bianco, Edizioni del Naviglio, Milano 1991, p. 5.
↑"Remo Bianco", 248ª mostra del Cavallino, dal 21 al 30 ottobre 1952.
↑Cfr. Carlo Cardazzo. Una nuova visione dell'arte, catalogo della mostra (Venezia, Peggy Guggenheim Collection, 1 novembre 2008 - 9 febbraio 2009), a cura di Luca Massimo Barbero, Electa, Milano 2008, pp. 273, 411-429.
F. De Santi (a cura di), R. Iannella; M.Milani, Il tempo culturale di Remo Bianco. Opere degli anni cinquanta-sessanta (catalogo della mostra), Rodengo Saiano BS, 1998.
E. Pontiggia (a cura di), L. Caramel; L. Giudici; M. Scotti, Remo Bianco. La Raccolta Gianni, Milano, Electa, 1999.
A. Altamira (a cura di), Remo Bianco. Catalogo Generale, vol. 1, Milano, Mazzotta, 2001.
P. Biscottini, L. Giudici, Remo Bianco, Milano, Libri Scheiwiller, 2005.
L. Giudici, Remo Bianco. Catalogo Generale, vol. 2, Milano, Libri Scheiwiller, 2006.
C. Strinati, L. Giudici (a cura di), Remo Bianco. Al di là dell’oro, Cinisello Balsamo MI, Silvana Editoriale, 2006.
L. Giudici (a cura di), Remo Bianco. Le impronte della memoria, Catalogo della mostra, Milano, Silvana Editoriale, 2019