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Storia della medicina

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Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp

La storia della medicina ha origini molto antiche e spesso dibattute. La sua storiografia si occupa di studiare l'evoluzione della medicina nel corso della storia dell'uomo cercando di descrivere e comprendere le pratiche mediche, sia passate che presenti, in tutte le società umane.

Questo campo di studio comprende anche altre discipline come l'antropologia, l'economia, le scienze della salute, la sociologia e la politica al fine di poter comprendere meglio le istituzioni, le pratiche, le persone, le professioni e i sistemi sociali che hanno influenzato e plasmato la medicina nel corso dei secoli.

Lo studio della storia della medicina permette di comprendere come le società siano cambiate nel loro approccio alla malattia dai tempi antichi al presente. Le tradizioni mediche dell'antichità includono quella mesopotamica, cinese, egizia e indiana. Il giuramento di Ippocrate venne formulato nell'antica Grecia nel V secolo a.C. e ispira i giuramenti che i medici e successivamente gli Infermieri con l'avvento di Florence Nightingale, prestano tutt'oggi al momento dell'ingresso nella professione. Nel Medioevo, le pratiche chirurgiche ereditate dagli antichi maestri furono perfezionate e poi sistematizzate nel trattato Pratica della Chirurgia di Rogerio Frugardi. In Italia, intorno al 1220, con le università medievali iniziò la formazione sistematica dei medici.

L'invenzione del microscopio, avvenuta durante il rinascimento, ebbe come conseguenza una migliore comprensione della natura. Prima del XIX secolo, si riteneva che la teoria umorale fosse in grado di spiegare le cause delle malattie, ma fu gradualmente sostituita dalla teoria dei germi, portando allo sviluppo di trattamenti efficaci e persino a cure per molte malattie infettive. I medici militari furono i protagonisti dello sviluppo delle tecniche di trattamento, anche chirurgico, dei traumi. Nel XIX secolo si assistette ad uno sviluppo delle pratiche di sanità pubblica poiché la rapida crescita delle città richiedeva misure sanitarie sistematiche. All'inizio del secolo successivo iniziarono a comparire i primi centri di ricerca medica avanzati, spesso collegati a grandi ospedali. La metà del XX secolo è stata caratterizzata dall'introduzione di nuovi trattamenti biologici, come gli antibiotici. Questi progressi, insieme agli sviluppi nella chimica, nella genetica e nella radiologia hanno portato a quella che è la medicina moderna.

Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina istintiva.

L'atto terapeutico delle origini era essenzialmente autoreferenziale: il soggetto ferito o malato ricercava il rimedio allontanandosi dal gruppo o essendo abbandonato da esso (questo comportamento ha una testimonianza antico testamentaria; nella Bibbia si prescrive l'estromissione dalla tribù in presenza di alcune malattie ed è inoltre confermato dai moderni studi antropologici sui gruppi primitivo-moderni).

Tuttavia con lo stabilizzarsi dei gruppi e sviluppando maggior predominio del territorio, sorse una progressiva divisione dei ruoli: le femmine, oltre ad occuparsi dei piccoli, si diedero alla raccolta di vegetali, mentre i maschi si dedicarono alla caccia. Lo sviluppo della complessità del sistema comunitario contemplò come sua parte integrante la definizione dei ruoli, delle gerarchie corrispondenti e delle figure preposte al loro mantenimento, ossia una configurazione della dinamica sociale in cui ad ogni individuo era assicurata la sopravvivenza in funzione di un ruolo. In questo quadro, individui con appropriate caratteristiche si assunsero il compito di provvedere al mantenimento del tenore sanitario della comunità. Essa si sviluppò secondo due criteri ormai ben riconosciuti: la costante intellettuale e la ricerca istintiva del farmaco.

Questo esercizio primordiale, di attività finalizzate alla sanificazione del corpo attinto da malattia o da lesione, si ritrova in tutte le civiltà; spesso, nelle forme primigenie, si nota una commistione, una confusione, o comunque sempre almeno una vicinanza, fra le attività medicali e quelle religiose.

In effetti nella Grecia, in Egitto, in Mesopotamia, tra gli ebrei, si sviluppa una medicina sapienziale, esorcistica, esercitata da sacerdoti, in cui la terapia è la penitenza, l'eziologia della malattia è divina. Accanto a questa medicina sapienziale, in tutti gli ambiti si sviluppò anche una medicina artigianale, di artigiani della guarigione, di manipolatori di farmaci, di operatori manuali.

Medicina in età antica

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I primi riferimenti della medicina egizia appartengono alla prima epoca monarchica (2700 a. C.). Essa aveva una concezione magica della infermità, esistevano svariate conoscenze e pratiche ma le pratiche mediche erano accompagnate da specifiche formule apotropaiche.

Più o meno contemporanea è la medicina mesopotamica, la cui principale testimonianza scritta è il Codice di Hammurabi (circa 1772 a.C.). Esso riportava, in tredici articoli, le responsabilità del medico nell'esercizio della sua professione, come pure i castighi previsti.

Anche qui primeggia una concezione soprannaturale della malattia: si tratta di un castigo divino a seguito della rottura di un tabù.

Medicina greco-romana

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Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina greca.
ricostruzione del tempio di Asclepio di Epidauro

Nell'antica Grecia, la divinità della medicina e della guarigione era Asclepio, figlio di Apollo secondo la mitologia greca. Molte polis possedevano templi a lui dedicati tra i principali si annovera quello di Epidauro, attestato da evidenze archeologiche ed epigrafiche.[1] I templi di Asclepio non era solo luoghi di culto, ma anche centri di cura dove i malati si recavano per pratiche rituali di purificazione e sacrificio seguiti dalla pratica dell'incubazione, ovvero un sonno sacro in cui si attendeva una rivelazione sulla propria malattia o una guarigione in sogno.[2] Le iscrizioni votive attestano che i fedeli attribuivano alla divinità tali comunicazioni.[3] Parallelamente a tali pratiche religiose, negli stessi santuari iniziarono nel tempo a svilupparsi una medicina empirica basata sull'osservazione di casi concreti arrivando a sviluppare una certa strutturazione del sapere medico. Tutto questo, tuttavia, senza mai arrivare ad una netta separazione con le credenze tradizionali.[4]

Busto di Ippocrate di Coo

È proprio nel cotesto dei templi di Asclepio che emerge la figura di Ippocrate di Cos (V-IV secolo a.C.), tradizionalmente indicato il "padre della medicina". Nato in una famiglia aristocratica con interessi medici, i cui membri erano appartenuti alla corporazione degli Asclepiadi; il padre, egli stesso medico, affermava di essere un discendente di Asclepio.58 Gran parte del suo pensiero medico e filosofica venne raccolto nel Corpus Hippocraticum, un insieme di testi medici greci composti tra V e III secolo a.C., trasmessi e organizzati in età ellenistica.[5] In alcuni trattati a lui attribuiti si afferma l'origine naturale delle malattie e si contestano le interpretazioni di tipo religioso di determinate patologie, tra cui l’epilessia (conosciuta al tempo come "male sacro").[6] Ippocrate concepì la teoria umorale, il più antico tentativo, nel mondo occidentale, di fornire una spiegazione eziologica dell'insorgenza delle malattie, superando la concezione superstiziosa, magica o religiosa.[7] Secondo tale teoria, la malattia è la conseguenza degli squilibri quantitativi o qualitativi tra i quattro costituenti umorali, ossia sangue, flegma, bile gialla, bile nera.[8] Inoltre, sostenne che il centro delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti (oltre che del pensiero) fosse il cervello e non il cuore, come si credeva all'epoca, in quanto sede dell'anima.[9] La visione animista è infatti quella con cui viene raccontata la storia della medicina antica, ed anche Galeno, nelle sue descrizioni che distinguevano tra arterie, vene e nervi, utilizzava il vocabolario dell'anima.[10]

Tradizionalmente Ippocrate viene legato alla cosiddetta "scuola di Coo", dal nome dell'omonima isola, di cui si dice che ne fu il principale espoennte. Secondo quanto raccontato, essa privilegiava l'osservazione diretta del malato, l'analisi dei sintomi e dell'evoluzione delle malattie, ponendo attenzione all'intero organismo e alle condizioni ambientali che influivano sulla salute.[11] Contrapposta alla scuola di Coo, la tradizione medica di Cnido è attestata dalle fonti antiche e si caratterizzava per un'impostazione prevalentemente descrittiva e nosologica, con particolare attenzione alla classificazione delle malattie e alla raccolta sistematica di osservazioni cliniche.[12]

Un medico cura un paziente. Ceramica a figure rosse del 480–470 a.C

Tra gli altri celebri medicina della Grecia antica si può nominare, Alcmeone di Crotone a cui è attribuita l’individuazione del ruolo centrale del cervello nelle funzioni sensoriali e cognitive;[13] Filistione di Locri operante alla corte di Dionisio II di Siracusa e sostenitore del Cardiocentrismo;[14] Diocle di Caristo appartenete alla Scuola dogmatica e di fama pari a quella di Ippocrate secondo Plinio il Vecchio; Alcmeone di Crotone ritenuto il primo a compiere dissezioni su animali e il padre della teoria che vede la salute come equilibrio (isonomia) tra elementi o proprietà (dynameis) opposte

Anche i filosofi greci si occuparono di medicina. I presocratici e i pitagorici elaborarono diverse concezioni relative alla sede delle funzioni vitali e psichiche, con particolare riferimento al cervello e al cuore.[15] Aristotele (IV secolo a.C.) contribuì in modo decisivo allo sviluppo della biologia antica, con particolare attenzione all’osservazione zoologica e alla classificazione sistematica degli organismi.[16]

In età ellenistica, soprattutto ad Alessandria d'Egitto, andarono a svilupparsi pratiche di studio anatomico basate sull'osservazione diretta e sulla dissezione animale. Le fonti attribuiscono ai due principali medici del tempo, Erofilo ed Erasistrato, un ruolo di particolare rilievo in tale ambito.[17] Attivi tra la fine del IV e la prima metà del III secolo a.C., le loro ricerche riguardarono in particolare l'anatomia e la fisiologia, con attenzione al sistema nervoso e a quello circolatorio. Parallelamente andò ad affermarsi anche la scuola empirica, che, in contrapposizione alla scuola dogmatica di tradizione ippocratica, proponeva il primato dell'esperienza clinica e dell'osservazione.[18]

Epoca etrusca e romana

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Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina etrusca e Medicina romana.
Fegato etrusco utilizzato dai sacerdoti per le divinazioni
Protesi dentaria etrusca esposta al Museo Nazionale di Tarquinia

Tra il VIII e il III secolo a.C. nell'Italia centrale si sviluppò la civiltà degli Etruschi, caratterizzata da una cultura urbana avanzata e con forti scambi con il mondo greco. Il greco Teofrasto riferisce che gli Etruschi erano ritenuti esperti nella preparazione di medicamenti e nell’impiego di diverse erbe a scopo terapeutico, in linea con la più ampia tradizione greca che attribuiva alle popolazioni dell’Italia preromana una buona conoscenza delle piante medicinali. Dovendo fare i conti con la presenza endemica della malaria, è stato ipotizzato che avessero sviluppato anche pratiche empiriche di contenimento dei miasmi, come l’uso del fuoco e la fumigazione con piante aromatiche (tra cui il ginepro). Si ritiene che possedevano anche delle rudimentali competenze odotoiatriche e chirurgiche nonché conoscenze anatomiche provenienti dalle pratiche di aruspicia. Accanto a tali approcci empirici, la cultura etrusca integrava comunque la dimensione terapeutica con quella religiosa e divinatoria, attraverso riti, sacrifici e l’interpretazione dei presagi celesti secondo la disciplina etrusca, in cui medicina e sfera sacra non risultano nettamente separabili.[19][20][21]

Nell’attuale Lazio, nell’VIII secolo a.C. si formò la civiltà romana, inizialmente organizzata come società agraria e gentilizia, poi evolutasi in una città-stato con istituzioni monarchiche e, dal 509 a.C., repubblicane. In età arcaica la medicina romana era prevalentemente domestica e familiare: la cura dei malati era affidata ai membri del nucleo domestico attraverso l'impiego di rimedi empirici, erbe medicinali e pratiche rituali. Non esisteva ancora una medicina professionale strutturata e la malattia veniva interpretata soprattutto all'interno di un contesto religioso e tradizionale, nel quale la guarigione era spesso attribuita all'intervento divino e ai culti familiari e comunitari. Nei secoli successivi Roma si espanse progressivamente nella penisola italica, entrando in contatto e assimilando elementi culturali delle popolazioni vicine, in particolare Etruschi e Greci. Con il progressivo processo di ellenizzazione si diffusero anche a Roma culti e saperi di origine greca; nel 293 a.C. venne introdotto il culto di Asclepio, latinizzato in Esculapio, e iniziarono a comparire stabilmente medici di formazione greca. Secondo Plinio il Vecchio, il primo medico greco stabilmente attestato a Roma fu il chirurgo peloponnesiaco Arcagato, la cui attività suscitò diffidenza negli ambienti più tradizionalisti, in particolare in Catone il Censore, sia per l'avversione all'ellenismo sia per le pratiche chirurgiche ritenute invasive e rischiose. Nonostante le resistenze iniziali, la medicina greca si affermò progressivamente a Roma, soprattutto grazie all'opera di Asclepiade di Bitinia, che introdusse concezioni terapeutiche innovative e contribuì alla diffusione della medicina ellenistica nel mondo romano.[22]

Pittura romana: intervento chirurgico su un soldato. Da una pittura murale di Pompei.

In età imperiale (dal 27 a.C.), Antonio Musa, medico di Augusto, ricevette l'incarico di collaborare all'organizzazione sanitaria dell'esercito romano, con la presenza stabile di medici al seguito delle legioni e la diffusione dei valetudinarium, strutture destinate principalmente alla cura dei soldati malati o feriti, ma talvolta utilizzati anche per i civili.[23] Aulo Cornelio Celso (ca. 25 a.C. – ca. 45 d.C.), autore del trattato De medicina, rappresenta una delle principali fonti per la conoscenza della medicina romana. Pur non aderendo rigidamente ad alcuna scuola medica, accolse gli insegnamenti che riteneva più validi dalle diverse tradizioni terapeutiche e non disdegnò alcuni aspetti della medicina popolare. Nella sua opera fornì una descrizione sistematica di gran parte delle malattie allora conosciute, illustrandone sintomi, diagnosi e metodi terapeutici. La sua concezione era improntata a una medicina pratica, moderata e fondata sull'osservazione. Celso raccomandava il ricorso ai farmaci soprattutto nei casi più gravi, criticando la tendenza di molti medici a prescrivere contemporaneamente numerosi preparati medicinali in modo eccessivo e spesso poco razionale.[24]

Galeno di Pergamo

La medicina romana era ormai profondamente grecizzata e i medici più affermati godevano di un notevole prestigio sociale. Nonostante ciò, continuava a persistere una certa diffidenza nei confronti della professione medica.[23] L'assenza di un sistema pubblico di formazione e di abilitazione professionale favorì la coesistenza di numerose scuole e correnti mediche spesso in competizione tra loro. Tra le principali figuravano la scuola empirica, quella dogmatica e quella metodica, alle quali si affiancavano altri indirizzi terapeutici e filosofici. La varietà delle dottrine, unita alla mancanza di controlli sulla preparazione dei praticanti, contribuì alla diffusione di medici di diversa competenza e alimentò le critiche rivolte alla categoria. In questo contesto, si levò la critica del celebre Galeno che polemizzò frequentemente contro le scuole rivali e contro coloro che riteneva privi di adeguata preparazione teorica e pratica.[25]

Galeno di Pergamo (129 – ca. 216 d.C.) fu il più influente medico dell'antichità e una delle figure centrali della storia della medicina. Formatosi soprattutto ad Alessandria d'Egitto, il principale centro scientifico del mondo ellenistico, acquisì una solida preparazione in filosofia, anatomia e medicina. Tornato a Pergamo, esercitò come medico dei gladiatori, maturando una vasta esperienza nella traumatologia e nella chirurgia. Nel 162 d.C. si trasferì a Roma, dove raggiunse grande notorietà e divenne medico degli imperatori Marco Aurelio e Commodo. In un panorama medico caratterizzato da profonde divisioni dottrinali, Galeno cercò di ricondurre la medicina a un sistema unitario e razionale, fondato sull'autorità di Ippocrate, sullo studio dell'anatomia e sull'impiego del metodo dimostrativo ispirato alla filosofia aristotelica. Attraverso dissezioni e vivisezioni condotte principalmente su animali, elaborò un vasto sistema teorico che integrava osservazione anatomica, fisiologia e pratica clinica. La sua dottrina riprese e sviluppò la teoria ippocratica dei quattro umori, associandola alla teoria dei temperamenti. Secondo Galeno, la salute dipendeva dall'equilibrio tra tali componenti, mentre la malattia derivava dal loro squilibrio. Egli attribuiva inoltre grande importanza alle funzioni specifiche degli organi e al ruolo del calore innato nei processi vitali, interpretando il corpo umano come un organismo ordinato secondo finalità naturali. L'opera galenica costituì la sintesi più compiuta della medicina greca. Dei numerosi scritti a lui attribuiti, solo 108 sono giunti fino a noi nella stesura originale, rappresentando comunque uno dei più vasti corpora scientifici dell'antichità. Tradotte e studiate nel mondo bizantino, islamico e latino, le opere di Galeno rimasero il principale punto di riferimento della medicina fino al XVI secolo.[25][26]

Medicina precolombiana

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Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina precolombiana.

Medicina orientale

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La medicina tradizionale cinese emerge come un modo fondamentalmente taoista di intendere la medicina ed il corpo umano, che si sostiene su un equilibrio instabile frutto di due forze primordiali il Yin (la terra, il freddo, il femminile) e lo Yang (il calore, il caldo, il maschile), capace di modificare i cinque elementi di cui è composto l'universo: acqua, terra, fuoco, legno e metallo. Questa concezione cosmologica determina un modello di malattia basato sulla rottura dell'equilibrio; il trattamento della stessa consiste nel recupero di questo equilibrio fondamentale. Una delle prime vestigia di questa medicina consiste nel Nei Jing, che è un compendio di scritti medici datati intorno all'anno 2600 a.C. e che rappresenterà uno dei pilastri della medicina tradizionale cinese nei 4 millenni successivi. Una delle prime e più importanti revisioni è attribuita all'Imperatore Giallo Huang Di. In questo compendio si trovano alcuni concetti medici interessanti per l'epoca, specialmente in campo chirurgico.

Ma la riluttanza a studiare cadaveri umani sembra aver sminuito l'efficacia dei suoi metodi. La medicina cinese sviluppò una disciplina a cavallo tra la medicina e chirurgia chiamata agopuntura. Secondo questa disciplina, l'applicazione di aghi su alcuni dei 365 punti di inserzione (fino ai 600, secondo le scuole), restituiva l'equilibrio perso tra lo Yin e lo Yang.

Diversi storici della medicina[27] si sono chiesti perché la medicina cinese restò ancorata a questa visione cosmologica, senza raggiungere il livello di "scienza tecnica", nonostante la sua lunga tradizione e il suo corpo di conoscenze, al contrario modello classico greco-romano. La ragione, secondo questi autori, sarebbe nello sviluppo del concetto di logos, da parte della cultura greca, come una spiegazione naturale slegata dal modello cosmologico (Mythos).

Con l'arrivo della dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.), e con l'apogeo del “taoismo”, (dal II secolo a.C. fino al VII secolo d.C.), si iniziano ad enfatizzare i rimedi naturali, vegetali e minerali, i veleni, la dietetica, così come le tecniche respiratorie e l'esercizio fisico. Da questa dinastia, fino alla dinastia Sui, (secolo VI) si misero in luce i seguenti studiosi:

  • Chun Yuyi: Dalle sue osservazioni sappiamo che sapevano già diagnosticare e trattare infermità come la cirrosi, l'ernia, e l'emottisi.
  • Zhang Zhongjing: Fu il primo a differenziare la sintomatologia dalla terapia
  • Hua Tuo: Un grande chirurgo multidisciplinare, al quale furono attribuite le tecniche di narcosi (Ma Jue Fa), le tecniche di laparotomia (Kai Fu Shu), così come la sutura. Studiò pure la ostetricia, la idroterapia e gli esercizi di ginnastica (WuQinXi).
  • Huang Fumi: Autore dello Zhen Jiu Yi Jing, un classico dell'agopuntura.
  • Wang Shu He: Autore del Mai Jing, un classico sul tema del polso.
  • Ge Hong: alchimista, taoista e fitoterapeuta che sviluppò il metodo per la longevità basato su esercizi espiratori, dietetici e farmacologici.
  • Tao Hongjing: esperto in rimedi farmacologici.
Agopuntura: una tecnica millenaria utilizzata tuttora nella medicina cinese contemporanea

Durante le dinastie Sui (581-618) e Tang la medicina tradizionale cinese vive un grande momento. Nell'anno 624 fu creato il Grande Servizio Medico, da dove si organizzavano gli studi e le ricerche in medicina. Sono di questa epoca le descrizioni molto precise di moltissime malattie, tanto infettive come carenziali, sia acute che croniche. E determinati riferimenti lasciano immaginare un importante sviluppo nelle specialità come la chirurgia, ortopedia o odontoiatria. Il medico che più si distinse in questo periodo fu Sun Simiao (581-682).

Durante la dinastia Song (960-1270) apparvero studiosi multidisciplinari come Chen Kua, pediatri come Qian Yi, specialisti di medicina legale come Song Ci, o agopuntori come Wang Wei Yi. Poco dopo, prima dell'arrivo della dinastia Ming, la menzione spetta a Hu Zheng Qi Huei (specialista in dietetica), e Hua Shuou (o Bowen, autore di una rilevante revisione del classico Nan Jing).

Durante la dinastia Ming (1368-1644) iniziano le influenze da fuori, medici cinesi esplorano nuovi territori e medici occidentali portano le loro conoscenze alla Cina. Una delle più grandi opere mediche dell'epoca fu il “Gran trattato di Medicina” di Li Shizhen. Si distinse in questo periodo come agopuntore Yang Jizou.

A partire dal secolo XVII e XVIII le influenze reciproche con l'occidente, ed il suo avanzamento tecnologico, e con le differenti filosofie imperanti (per esempio il comunismo) finiscono per conformare la attuale medicina cinese.

Medicina medievale

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Alto medioevo

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Tradizionalmente, il 476, anno in cui il capo militare germanico Odoacre depose il giovane imperatore Romolo Augusto, è considerato la data della Caduta dell'Impero romano d'Occidente e l'inizio convenzionale del Medioevo. L'Impero tuttavia sopravviverà per circa altri 1000 anni in Oriente con Costantinopoli come centro politico. Nel 542, la capitale fu martoriata da una violenta epidemia di peste probabilmente bubbonica, che dilagò anche in Italia insieme alle truppe bizantine impegnate nella penisola fin dal 535 nel contesto della guerra gotica.[28] Descritta da Procopio di Cesarea, per quanto se ne può sapere fu la prima epidemia di peste della storia, in quanto si ritiene che precedenti epidemie descritte come "peste" (peste di Atene, Peste di Cipriano, Peste antonina, ...) siano state causate da agenti infettivi diversi, come vaiolo, tifo o morbillo.[29][30]

I secoli successivi fino al VIII furono relativamente privi di gravi pandemie, nonostante il ripresentarsi di alcuni focolai di peste soprattutto in Africa e in Asia. Diversi furono i fattori che favorirono ciò, tra cui la bassa densità abitativa, i limitati contatti a lunga distanza e l'abbandono delle grandi città. La popolazione nord-europea, invece, dovette più spesso fare i conti con l'ergotismo, un'intossicazione dovuta all'assunzione di segale cornuta; meno colpita invece l'Italia dove l'alimentazione era prevalentemente basata su orzo e frumento.[31]

Diverse presentazioni della lebbra

Probabilmente già presente fin dall'antichità, è però dal VI secolo circa che si ha riscontro di una certa stabilità di focolai di lebbra in Europa. Proveniente dal Vicino Oriente, tale condizione fu all'epoca ritenuta particolarmente misteriosa e spesso venne connotata di elementi religiosi.[32] La descrizione medica più diffusa della lebbra fu quella proposta dal medico arabo Albucasis, che ne distingueva le varie forme sulla base della teoria degli umori di Galeno. La diagnosi era prevalentemente basata sull'osservazione del malato, ma talvolta si usava pungere la cute per verificarne la mancanza di sensibilità. Una volta accertata, il malato veniva escluso dalla comunità, comportando una vera e propria "morte civile".[33] Nacquero così comunità di malati che arrivarono a costituire veri e propri villaggi, i cosiddetti "lazzaretti" (o lebbrosari). La loro cura era affidata esclusivamente alla carità cristiana. La diffusione della lebbra avrà il suo picco tra il XII e il XIII secolo come conseguenza della ripresa demografica, dei traffici e delle crociate.[34]

Riguardo alla pratica della medicina, la decadenza dell'Europa occidentale nei primi secoli dell'alto medioevo portò l'Impero bizantino a diventare il più importante centro medico del tempo. Tra i principali medici bizantini si ricordano Aezio di Amida (autore della Tetrabiblos), Alessandro di Tralles (De re medica in 12 libri) e Paolo di Egina, che unisce enciclopedismo e attenzione critica alla tradizione ippocratico-galenica. I rimedi erano prevalentemente di origine vegetale, già noti all’Egitto antico.[35]

Raffigurazione di un salasso presa da The Medieval Cookbook

L'etica cristiana ebbe un ruolo fondamentale per la nascita dell'assistenza ai malati. Accanto alle sedi vescovili e ai monasteri vi erano spesso luoghi di accoglienza per viandanti, poveri e infermi: gli xenodochi, a cui successivamente si affiancarono i termini hospitale e hospitium.[36] Gregorio Magno, papa tra il 590 e il 604 promosse il dovere di assistenza da parte dei religiosi. Sotto l'imperatore Carlo Magno il Concilio di Aquisgrana del 799 impose la presenza di un ospizio in ogni convento.[37] Nel monastero di San Gallo, nel IX secolo, è documentata una struttura ospedaliera completa, con infermeria, giardino di piante medicinali, locali per salassi e clisteri e una biblioteca di testi medici.[38] I trattamenti più comuni includevano salassi, massaggi, applicazioni terapeutiche, rituali religiosi e uso di reliquie, in una concezione unitaria tra salute fisica e spirituale.[39] La riforma cluniacense del 910 contribuì a fare dei monasteri centri di assistenza e ospitalità.[40]

Avicenna

In Asia, nell'Impero Sasanide, l'Accademia di Gundishapur fu un importante centro propulsore del sapere, tra cui quello medico, dove si mescolavano conoscenze bizantine, siriache, persiane e soprattutto greche dopo che vi erano confluiti molti dotti a seguito della chiusura imposta da Giustiniano delle scuole filosofiche ateniesi. Altro centro culturale fu Alessandria d'Egitto, dove si studiavano testi di Ippocrate, Galeno e Dioscoride Pedanio.[41] Tra il VII e l'VIII secolo l'Islam, da poco fondato da Maometto, conobbe un veloce espansionismo che lo portò ad estendersi dalla Spagna all'Asia centrale, venendo in contatto con tutti questi centri che vennero presto integrati anche grazie alla traduzione degli antichi testi greci in arabo. Ma i sapienti islamici non si limitarono alle traduzioni: i testi vennero anche commentati, sintetizzati e integrati con altre tradizioni.[42]

Durante la cosiddetta "epoca d'oro islamica", tra l'VIII e il XII secolo, la medicina araba conobbe un grande sviluppo pur rimanendo sempre legata alla religione; lo stesso Corano contiene riferimenti alla salute.[43] Tra i principali medici del mondo islamico si ricordano Al-Harith ibn Kalada, amico e medico di Maometto,[44] Muhammad ibn Zakariyya al-Razi, direttore dell’ospedale di Baghdad, e Avicenna, autore del Il canone della medicina, sintesi sistematica della tradizione ippocratico-galenica integrata con elementi aristotelici e destinata a rimanere per secoli il principale testo medico del mondo non solo islamico ma anche latino.[45] Albucasis fu autore di un’importante enciclopedia medica in 30 libri, con particolare attenzione alla chirurgia, descrivendo strumenti e tecniche.[46] Avenzoar sostenne che la clinica dovesse basarsi sull'esperienza, ritenendo addirittura dannose le eccessive speculazioni teoriche e i rimedi troppo invasivi. Il suo pensiero accentuò la già presente separazione tra medici, chirurghi e farmacisti, distinzione che rimarrà per molti secoli.[47] Averroè rifondò la medicina sulle basi della biologia aristotelica. Scrisse un'opera in sette libri, il Colliget (Regole generali di medicina), nella quale affermava che «la medicina è una scienza nella sua parte teorica e un'arte nella sua attuazione pratica».[48] Maimonide, medico ebreo, lasciò numerose opere, tra cui la Guida alla buona salute. Egli attribuiva grande importanza all'influenza psicosomatica nell'origine delle malattie e riteneva che il medico dovesse anzitutto assicurarsi dell'equilibrio dell'animo del paziente prima di qualsiasi trattamento.[49]

In India era diffusa la medicina vedica, attestata già dall’800 a.C., basata sui Veda e legata alla figura mitica di Dhanvantari. Successivamente si svilupparono le scuole di Sushruta e Charaka, rispettivamente per anatomia e clinica. In Cina le pratiche mediche erano profondamente influenzate dalla tradizione taoista e consistevano prevalentemente in ginnastica respiratoria, dieta, meditazione e alchimia. Una certa consolidazione di tali pratiche avvenne durante la dinastia Tang. La medicina cinese si diffuse anche in Giappone, dove si fuse con le tradizioni locali legate alla cura del corpo e alla pratica delle arti marziali.[50]

Basso medioevo

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Raffigurazione della scuola medica salernitana in una miniatura contenuta in un'edizione del Canone di Avicenna

Successivamente all'anno Mille, in Europa ebbero luogo profondi mutamenti sociali ed economici che hanno indotto gli storici a parlare di rinascita dell'anno Mille e Rinascimento del XII secolo. Anche grazie al movimento crociato, si diffuse l'idea di vedere Cristo nei malati e nei poveri, contribuendo in maniera decisiva allo sviluppo dell'ospitalità. Nacquero ordini religioso-cavallereschi dedicati alla cura dei pellegrini e degli infermi, talvolta affiancati da confraternite. Tra i più importanti vi fu l'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.[51] Progressivamente gli ospedali si separarono dai luoghi di culto, diventando sempre più autonomi, in un processo che avrebbe portato all'affermazione dell'ospedale civile. Il fenomeno fu particolarmente evidente in Toscana, dove sorsero importanti fondazioni ospedaliere come l'Ospedale di Santa Maria della Scala a Siena, l'Ospedale del Ceppo a Pistoia e l'Ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze. Nel 1288 Milano sembra disponesse di circa dieci ospedali destinati ai malati poveri.[52]

Costantino l'Africano esamina le urine dei pazienti

Il principale centro della medicina dell'XI secolo fu la scuola medica salernitana, nella quale si incontrarono influenze culturali bizantine, arabe, ebraiche e latine. Qui Alfano di Salerno tradusse in latino il Della natura dell'uomo di Nemesio di Emesa e scrisse il De pulsibus, ispirato a Galeno. Tra i suoi contemporanei si distinsero Garioponto, Petroncello e Rogerio Frugardi.[53] Alla fine dell'XI secolo, nel 1077, giunse a Salerno Costantino l'Africano, monaco erudito ed eclettico. Trasferitosi successivamente a Montecassino, tradusse dall'arabo numerosi trattati, tra cui il De melancholia di Ishaq Ibn Imran, nel quale si attribuiva all'eccesso di bile nera (malinconia) l'origine di numerose malattie, comprese alcune patologie psichiche e i tumori.[54] L'apice della scuola fu raggiunto con la redazione del Regimen Sanitatis Salernitanum, un'opera collettiva nella quale venivano raccolti precetti pratici, rimedi e consigli per la conservazione della salute.[55] A Salerno furono inoltre composti numerosi altri trattati dedicati alla dietetica, alla prevenzione, ai fondamenti teorici della medicina, agli effetti dei medicamenti, agli studi di anatomia comparata e alla pratica chirurgica. Importante fu anche lo sviluppo dell'Uroscopia.[56]

Intorno ai primi decenni del XII secolo iniziarono a costituirsi le prime università medievali. Circa un secolo più tardi la Scuola di Salerno ottenne dall'imperatore Federico II di Svevia lo status giuridico di studium generale. Con le Costituzioni di Melfi del 1231 venne vietato l'esercizio della medicina a chi non avesse conseguito, mediante pubblico esame, l'approvazione dei maestri salernitani. Tale riconoscimento giunse tuttavia quando il declino della scuola, a vantaggio dell'università di Bologna e dell'università di Padova, era già iniziato.[57]

Ippocrate (a destra) e Galeno in un affresco della Cripta della Cattedrale di Anagni (XIII secolo)

Successivamente le facoltà di medicina si moltiplicarono. Oltre alle università italiane, sorsero importanti centri di studio in tutta Europa, tra cui Parigi, Reims, Salamanca, Praga e Firenze.[58] Montpellier ospitava uno dei più importanti centri di studio medico d'Europa, frequentato da studiosi provenienti da numerosi paesi. Tra le figure di maggior rilievo si distinsero Gilberto Anglico e Arnaldo di Villanova.[59] Persistette tuttavia una netta separazione tra i luoghi dell'insegnamento e quelli della cura: le università si occupavano della formazione teorica, mentre gli ospedali fornivano assistenza. I medici visitavano i pazienti presso le loro abitazioni o nelle proprie residenze professionali.[60] Il percorso per diventare medico durava generalmente sei anni.[61]

L'umanesimo favorì un progressivo allontanamento dalle spiegazioni soprannaturali delle malattie, che divennero sempre più oggetto di indagine naturale e razionale.[62] A partire dal XIII secolo le figure del medico e del chirurgo iniziarono a differenziarsi gradualmente. Tra i maggiori chirurghi del periodo si distinsero Henri de Mondeville, Guy de Chauliac e Lanfranco da Milano. Vennero introdotti i primi analgesici, il lavaggio delle ferite e trattamenti differenziati in base al tipo di lesione o frattura. Nel 1315 Mondino de' Liuzzi portò nell'aula universitaria di Bologna il cadavere di una donna, compiendo una delle prime dissezioni pubbliche dell'Occidente medievale.[63]

Peste nera a Firenze in una edizione del Decameron di Giovanni Boccaccio

Nel 1346, attraverso il porto di Messina, giunse in Europa la seconda pandemia di peste, nota come "peste nera", che si diffuse rapidamente in gran parte del continente provocando una mortalità senza precedenti. Secondo alcune stime le vittime furono circa venti milioni, pari a quasi un terzo della popolazione europea.[64] La medicina del tempo si mostrò sostanzialmente incapace di comprendere la natura della malattia. Si cercò di spiegarne l'origine ricorrendo all'astrologia, a fattori climatici oppure a cause telluriche e marine, come esalazioni provenienti dal sottosuolo o maremoti capaci di sollevare materiali in putrefazione. Per Papa Clemente VI la peste rappresentava invece una manifestazione dell'ira divina.[65] I rimedi impiegati, consistenti soprattutto in salassi, sciroppi ed evacuazioni, si dimostrarono sostanzialmente inefficaci. L'epidemia terminò nel 1353, ma continuò a ripresentarsi nei secoli successivi con ondate ricorrenti, sebbene generalmente meno devastanti.[66][67] Tutto ciò contribuì a screditare almeno in parte la medicina del tempo: gran parte della popolazione continuò infatti ad affidarsi più all'intercessione dei santi che alle conoscenze dei medici, rallentando il processo di laicizzazione della medicina.[68]

Tuttavia, l'esperienza della peste consentì anche lo sviluppo di strumenti destinati a rivelarsi efficaci nel lungo periodo. In alcune città, emblematico il caso di Milano, vennero adottate rigorose misure di isolamento che permisero di contenere il contagio. Nella Repubblica di Venezia nacque il lazzaretto, destinato all'isolamento dei malati nella fase acuta della malattia e considerato un importante precedente dell'ospedale moderno.[69] Quarantene, cordoni sanitari, bollette di sanità e pratiche di disinfezione costituirono ulteriori strumenti di prevenzione, insieme a una maggiore attenzione all'igiene, alla pulizia delle città, al miglioramento dell'alimentazione e all'istituzione di magistrature sanitarie incaricate di fronteggiare le epidemie. Pur con tutti i limiti delle conoscenze dell'epoca, la drammatica esperienza della peste contribuì in modo determinante alla nascita della sanità pubblica.[70]

Medicina rinascimentale

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Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina rinascimentale.
Studio anatomico di Leonardo da Vinci, 1511-1513 circa

Il Rinascimento segnò una profonda trasformazione della medicina europea tra il XIV e il XVI secolo, nel più ampio contesto del rinnovamento culturale dell'Umanesimo. La riscoperta e lo studio diretto dei testi antichi, favoriti anche dalla diffusione della stampa, promossero un riesame critico della tradizione medica greco-romana. La crescente attenzione per l'uomo e la natura incoraggiò inoltre l'osservazione diretta del corpo e delle malattie, mettendo progressivamente in discussione il principio dell'auctoritas. La medicina rinascimentale rimase tuttavia profondamente legata alla tradizione galenica e ippocratica, che fu sottoposta a revisione più che abbandonata.[71]

Viaggi e epidemie

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Codice fiorentino (1540-1585=, che mostra i Nahua del Messico centrale ammalati di vaiolo durante la colonizzazione europea delle Americhe

L'età rinascimentale coincise inoltre con l'età delle scoperte, caratterizzata dall'intensificarsi dei viaggi e dei commerci e dalla conseguente circolazione di agenti patogeni tra continenti precedentemente isolati. Dopo la scoperta dell'America nel 1492, gli europei introdussero nelle popolazioni amerindie malattie come vaiolo, morbillo, influenza e tubercolosi, alle quali queste erano scarsamente o per nulla immunizzate, provocando un profondo «shock biologico». L'elevata mortalità fu aggravata da guerre, sfruttamento, carestie e disgregazione sociale e contribuì alla rapidità della conquista e della colonizzazione europea. Il conseguente spopolamento del continente favorì il trasferimento forzato di milioni di schiavi africani, la cui maggiore esposizione storica ad alcuni patogeni del Vecchio Mondo poteva determinare, in determinati contesti, una maggiore resistenza ad alcune infezioni.[72]

Gli europei furono a loro volta colpiti dalla sifilide, la cui origine americana è oggi l'ipotesi prevalente, secondo la quale la malattia sarebbe stata introdotta in Europa dopo il ritorno dei primi viaggiatori europei. Comparsa nel 1493, si diffuse rapidamente e nel 1495 raggiunse l'Italia, soprattutto Napoli, al seguito della discesa di Carlo VIII di Francia. Trasmissibile per via sessuale, fu chiamata anche «morbo ispano» o «mal francese».[73] Le guerre d'Italia del XVI secolo, avviate dalla spedizione di Carlo VIII, contribuirono alla diffusione nella penisola di dissenteria, tifo esantematico e altre infezioni, favorite dalle precarie condizioni igieniche e dalla concentrazione di soldati e civili. Tra la fine del XV e la metà del XVI secolo si diffuse inoltre in Inghilterra la malattia del sudore, descritta nel 1552 da John Caius, la cui causa rimane incerta. Durante i lunghi viaggi marittimi divenne invece frequente lo scorbuto, provocato dalla carenza di vitamina C dovuta alla prolungata assenza di frutta e verdura fresche.[74]

Dall'autorità all'esperienza

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Pagina del De humani corporis fabrica di Andrea Vesalio

Il Rinascimento diede un forte impulso allo studio dell'anatomia, grazie alla crescente importanza dell'osservazione diretta e della dissezione. Anche l'atteggiamento della Chiesa contribuì a ridurre gli ostacoli culturali alla pratica anatomica: le bolle papali di Sisto IV e Clemente VII chiarirono infatti che la dissezione a fini medici non era vietata in linea di principio. Tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo, Pietro d'Argellata e Leonardo Bertapaglia contribuirono allo sviluppo della tradizione anatomica bolognese, alla quale appartenne anche Berengario da Carpi, autore di numerose dissezioni umane e tra i primi a confrontare sistematicamente l'anatomia galenica con l'osservazione diretta. Il passaggio decisivo verso l'anatomia moderna avvenne con Andrea Vesalio, che fece della dissezione uno strumento fondamentale della ricerca, distaccandosi dall'autorità della tradizione galenica. Nel 1543 pubblicò il De humani corporis fabrica, basato sull'osservazione sistematica del corpo umano e nel quale mise in discussione numerosi insegnamenti di Galeno.[75]

Il teatro anatomico dell'Università di Padova, il primo stabile realizzato al mondo nel 1594

Aureolo Paracelso fu una delle figure più radicali della medicina rinascimentale. In un'epoca segnata dalla Riforma, si presentò come riformatore della medicina, opponendosi al principio dell'auctoritas e al predominio della tradizione arabo-galenica. Il medico doveva fondare il proprio sapere sull'osservazione della natura, sull'esperienza e sulla pratica, anziché affidarsi esclusivamente ai testi degli antichi.[76] Nello studio delle malattie dei minatori, mise ad esempio in relazione l'esposizione a sostanze minerali e metalliche con alcune patologie professionali. La sua concezione rimaneva tuttavia legata alla filosofia naturale rinascimentale e attribuiva grande importanza anche all'astrologia e alla corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo.[77] Nel XVI secolo si affermò così una crescente valorizzazione dell'osservazione e dell'esperienza. Vesalio applicò questo orientamento soprattutto all'anatomia, attraverso la dissezione, mentre Paracelso lo sviluppò nello studio delle malattie e dei rimedi. Anatomia, chirurgia e medicina divennero inoltre sempre più interconnesse.[78] Il rinnovamento non fu tuttavia uniforme. Ambienti come quelli dell'Università di Parigi, rappresentati da Jean François Fernel, continuarono a difendere l'ortodossia galenica e la centralità dell'autorità dei testi antichi.[79]

Illustrazione dal Syphilis (edizione del 1590 circa): Girolamo Fracastoro avverte il pastore Sifilo del pericolo di contrarre la sifilide.

L'importanza dell'esperienza rispetto all'autorità degli antichi fu riconosciuta anche da altri medici del Cinquecento. Nostradamus si occupò di semeiotica clinica e astrologia; Gabriele Falloppio studiò la circolazione polmonare e descrisse le tube uterine, mentre il suo allievo Girolamo Fabrizi d'Acquapendente compì importanti studi anatomici, tra cui quelli sulle valvole venose. A Padova, Giovanni Battista Monte portava gli studenti nelle sale dell'ospedale affinché verificassero direttamente nei malati quanto appreso sui libri.[80]

Nel 1530, il medico veronese Girolamo Fracastoro affrontò il problema della sifilide, proponendo misure preventive e trattamenti palliativi, tra cui mercurio e guaiaco. Nel De contagione et contagiosis elaborò inoltre una teoria del contagio fondata sulla trasmissione di particelle materiali tra individui e dall'ambiente all'uomo, fornendo una base teorica alle pratiche di prevenzione e isolamento già adottate dagli uffici di sanità.[81] Francesco Bonafede fondò nel 1545 l'orto botanico di Padova dove si colitvano piante medicinali, Andrea Cesalpino e Leonardo Fioravanti svilupparono nuovi studi naturalistici e medici, mentre Gaspare Tagliacozzi approfondì la chirurgia ricostruttiva. Scipione Mercurio pubblicò nel 1596 un trattato su gravidanza, parto e malattie della prima infanzia in lingua volgare, rivolto anche alle levatrici. L'esperienza maturata nelle guerre d'Italia contribuì inoltre ai progressi della chirurgia di Ambroise Paré.[82]

Parallelamente, il Quattrocento vide una riorganizzazione degli ospedali, soprattutto nell'Italia padana. Si diffusero edifici a quattro bracci, con un altare centrale e spazi distinti per diverse categorie di malati. Il chirurgo acquisì maggiore dignità professionale e una formazione sempre più legata all'anatomia, avvicinandosi allo status del medico. L'ospedale iniziò così a superare la funzione prevalentemente assistenziale della carità medievale, assumendo progressivamente un ruolo più orientato alla cura e alla guarigione.[83]

Medicina della Rivoluzione scientifica e dell'Illuminismo

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Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina del XVII secolo e Medicina del XVIII secolo.

La rivoluzione scientifica del XVII secolo

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William Harvey

Tra la fine del XVI e il XVII secolo, la medicina fu progressivamente coinvolta nella trasformazione del sapere scientifico nota come rivoluzione scientifica. Il nuovo modo di studiare la natura, sviluppatosi attraverso l'opera di Galileo Galilei e di altri protagonisti della nuova scienza, privilegiava l'osservazione diretta, la verifica sperimentale e la formulazione di spiegazioni fondate su dimostrazioni e leggi naturali. Questi principi si estesero gradualmente alla medicina, favorendo il superamento delle spiegazioni tradizionali e un'indagine sempre più fondata sull'osservazione e sulla verifica sperimentale dei fenomeni.[84]

Uno dei principali protagonisti della rivoluzione scientifica applicata alla medicina fu William Harvey (1578-1657), che dimostrò la natura circolare della circolazione del sangue e il ruolo propulsivo del cuore, ponendo le basi della fisiologia moderna e mettendo in discussione importanti aspetti della fisiologia galenica.[85] L'invenzione dl microscopio favorì inoltre la nascita dell'anatomia microscopica. Marcello Malpighi ne fece uno strumento fondamentale per lo studio dei tessuti e degli organi, descrivendo tra l'altro i capillari sanguigni e approfondendo l'anatomia del rene e degli alveoli polmonari.[86]

Tavola di De pulmonibus observationes anatomicae di Marcello Malpighi, 1661

Londra divenne un importante centro delle nuove scienze anche grazie alla Royal Society. Vi operarono Francis Glisson, Thomas Willis e Richard Lower, che condussero importanti studi rispettivamente sul fegato, sul cervello e sul cuore, contribuendo al superamento della tradizionale fisiologia galenica.[87] Robert Hooke (1635-1703), membro della Royal Society, contribuì allo sviluppo della microscopia e alla sua applicazione allo studio dei fenomeni naturali. Nel 1665 pubblicò il Micrographia, nel quale raccolse numerose osservazioni microscopiche corredate da dettagliate illustrazioni. Osservando sottili sezioni di sughero al microscopio, individuò piccole cavità che chiamò cellule, dal latino cellula, per la loro somiglianza alle celle dei monaci.

Parigi rimase invece maggiormente legata alla tradizione: Jean Riolan e Guy Patin si opposero alla teoria di Harvey sulla circolazione. Maggiore apertura alle innovazioni si sviluppò a Montpellier, da cui provenivano alcuni dei principali sostenitori della nuova medicina, tra cui Jean Pecquet, autore di importanti studi sui vasi linfatici.[88] Un altro importante centro fu Leida, destinata a diventare uno dei principali poli della medicina europea. Regnier de Graaf studiò l'apparato riproduttivo femminile e descrisse i follicoli ovarici, mentre Antoni van Leeuwenhoek osservò e descrisse per la prima volta gli spermatozoi. In seguito, Hermann Boerhaave contribuì a integrare lo studio dei processi fisiopatologici con la pratica clinica, consolidando il ruolo della medicina sperimentale.[89]

Illuminismo del XVII secolo

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Frontespizio del De Sedibus di Giambattista Morgagni opera che pose le basi di un nuovo sistema fondato su un rigoroso metodo sperimentale

Nella prima metà del Settecento si sviluppò in Europa un movimento culturale, noto come Illuminismo, che attribuiva un ruolo centrale alla ragione, all'osservazione e all'esperienza come strumenti per conoscere la realtà. Applicati alla medicina, questi principi favorirono una crescente attenzione alla verifica empirica dei fenomeni, alla prevenzione delle malattie e alla salute della popolazione, contribuendo a rafforzare il carattere scientifico della disciplina. L'idea illuministica di progresso alimentò inoltre la fiducia nella possibilità di migliorare le condizioni di vita attraverso la diffusione delle conoscenze e l'intervento pubblico.

La medicina divenne sempre più fondata sull'osservazione anatomica e fisiologica. Giambattista Morgagni confrontò i dati clinici raccolti durante la vita del paziente con le lesioni osservate durante l'autopsia, cercando di stabilire una relazione tra alterazioni anatomiche e malattie. Nel 1761 pubblicò il De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis, considerato un'opera fondativa dell'anatomia patologica.[90] Albrecht von Haller ricorse invece alla sperimentazione sugli animali per studiare le proprietà dei tessuti viventi,. La sua opera Elementa physiologiae corporis humani, pubblicata in otto libri tra il 1757 e il 1766, contribuì alla fondazione della fisiologia moderna.[91] Il reverendo Stephen Hales condusse inoltre esperimenti sugli animali per misurare la pressione del sangue, utilizzando lunghi tubi di vetro inseriti nelle arterie e contribuendo così allo sviluppo della misurazione quantitativa dei parametri fisiologici.[92]

Strumenti per amputazioni raffigurati ne Instrumentarium chirurgicum di Giovanni Alessandro Brambilla

Anche la medicina clinica e la chirurgia conobbero importanti sviluppi. John Pringle studiò le malattie degli eserciti e sperimentò l'impiego di sostanze dotate di proprietà antisettiche, mentre il medico della marina James Lind dimostrò l'efficacia degli agrumi nella prevenzione dello scorbuto. Percivall Pott individuò invece una relazione tra l'esposizione professionale alla fuliggine degli spazzacamini e il tumore del testicolo, fornendo uno dei primi esempi di correlazione tra ambiente di lavoro e malattia professionale.[93] In ambito chirurgico, John Hunter contribuì a trasformare la chirurgia da attività prevalentemente tecnica in una disciplina clinica fondata sull'anatomia, sulla fisiologia e sull'osservazione patologica. Studiò inoltre la diffusione dei tumori e le possibili vie di propagazione attraverso i vasi linfatici.[94] Il chirurgo André Levret perfezionò gli strumenti e le tecniche ostetriche, mentre Giovanni Alessandro Brambilla, autore dell'Instrumentarium chirurgicum, realizzò una sistematica descrizione illustrata degli strumenti utilizzati nella chirurgia del tempo. A Parigi si svilupparono inoltre nuove tecniche per la litotomia.[95]

Nel XVIII secolo si svilupparono anche le prime forme di prevenzione delle malattie infettive. Un ruolo rilevante ebbe la vaiolizzazione, pratica conosciuta da secoli in alcune regioni dell'Asia e successivamente diffusa nell'Impero ottomano. Essa consisteva nell'inoculazione, in un soggetto sano, di materiale prelevato dalle pustole di un malato di vaiolo, allo scopo di provocare una forma generalmente più lieve della malattia e ottenere immunità.[96] La successiva vaccinazione contro il vaiolo rappresentò un ulteriore passaggio decisivo. Nel 1796 Edward Jenner osservò che l'inoculazione del vaiolo bovino poteva proteggere dal vaiolo umano e pubblicò i risultati delle proprie osservazioni nel 1798. La vaccinazione costituì così una delle prime importanti applicazioni dei nuovi orientamenti scientifici alla prevenzione delle malattie, rafforzando l'idea che la conoscenza empirica potesse essere utilizzata per migliorare concretamente la salute della popolazione.[97]

Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina del XIX secolo.
Frontespizio del libro Diseases of the Chest di René Laennec con illustrazione del suo stetoscopio

L’Ottocento fu caratterizzato da un intenso sviluppo scientifico e tecnologico, favorito dalla diffusione del positivismo e dalla crescente fiducia nella capacità della scienza di comprendere e trasformare la realtà. Le nuove scoperte nel campo della biologia, della chimica e della fisica ebbero profonde ripercussioni anche sulla medicina, contribuendo a renderla sempre più fondata sull’osservazione, sulla sperimentazione e sull’analisi scientifica.[98] Anche le sanguinose guerre napoleoniche, con l'elevato numero di morti e feriti, contribuirono a dare un forte impulso alla chirurgia di guerra, soprattutto all'inizio del secolo.[99]

Nel 1816 il medico francese René Laennec inventò lo stetoscopio, uno strumento diagnostico che permetteva di auscultare i suoni prodotti dagli organi interni, in particolare dal cuore e dai polmoni, fornendo al medico importanti informazioni per individuare e distinguere diverse malattie. Sebbene inizialmente la pratica dell'auscultazione non fosse accolta favorevolmente da tutti, la sua introduzione trasformò profondamente la pratica medica, rendendo l'auscultazione una componente fondamentale dell'esame clinico.[100] ra il 1838 e il 1839 Matthias Schleiden e Theodor Schwann formularono la teoria cellulare, identificando nella cellula l'unità strutturale e funzionale fondamentale degli organismi viventi e dei loro tessuti.[101] Negli anni successivi, Claude Bernard pose le basi della fisiologia moderna attraverso lo studio di importanti processi, tra cui la digestione e il metabolismo epatico, mentre Rudolf Virchow sviluppò la patologia cellulare, sostenendo che le malattie avessero origine nelle alterazioni delle cellule.[102]

Louis Pasteur nel suo laboratorio, dipinto di Albert Edelfelt (1885)

A partire dagli anni 1840 si affermò l'anestesia, inizialmente mediante il protossido di azoto e successivamente con l'uso dell'etere dietilico, che rese possibili interventi chirurgici più lunghi e complessi.[103] Nello stesso periodo si svilupparono importanti progressi nella prevenzione delle infezioni. Nel 1847 Ignác Semmelweis dimostrò che il semplice lavaggio delle mani dei medici riduceva drasticamente l'incidenza della febbre puerperale. A partire dagli anni 1860, Louis Pasteur dimostrò il ruolo dei microrganismi nei processi di fermentazione e putrefazione, fornendo le basi della microbiologia. Joseph Lister applicò quindi questi principi alla chirurgia, introducendo nel 1865 l'antisepsi mediante acido fenico e ottenendo una significativa riduzione delle infezioni e della mortalità postoperatoria.[104]

Parallelamente, soprattutto dalla metà dell'Ottocento, si affermò una nuova concezione dell'assistenza sanitaria. Durante la guerra di Crimea (1853-1856), Florence Nightingale promosse una più razionale organizzazione dell'assistenza infermieristica, mentre Henri Dunant, dopo aver assistito alla battaglia di Solferino, contribuì alla fondazione a Ginevra del movimento della Croce Rossa nel 1863.[105] Questi cambiamenti favorirono, nella seconda metà del secolo, una profonda trasformazione degli ospedali, con maggiore attenzione all'igiene, alla ventilazione e alle condizioni delle corsie. La pratica clinica divenne inoltre più sistematica, attraverso l'uso di diari, cartelle cliniche e tabelle. Le malattie iniziarono così a essere classificate non solo in base ai sintomi, ma anche agli organi colpiti e alle alterazioni anatomiche, trasformandosi progressivamente in oggetti di osservazione e studio scientifico.[106]

Robert Koch al lavoro

Nella seconda metà dell'Ottocento comparvero nuovi strumenti diagnostici, tra cui l'oftalmoscopio, il laringoscopio e il rudimentale esofagoscopio ideato da Adolf Kussmaul, che ampliarono la possibilità di osservare direttamente gli organi interni e studiarne le funzioni.[107] Il perfezionamento del microscopio favorì inoltre lo sviluppo della batteriologia: nel 1854 Filippo Pacini identificò il microrganismo responsabile del colera, mentre nel 1882 Robert Koch scoprì il bacillo della tubercolosi.[108] Iniziò ad affermarsi anche il concetto di igiene sociale, strettamente legato allo sviluppo della sanità pubblica. Le precarie condizioni di vita dei ceti popolari e dei lavoratori erano sempre più riconosciute come fattori di rischio per la salute. La rivoluzione industriale impose così una riflessione sulla condizione operaia e favorì lo sviluppo della medicina del lavoro.[109] Malattie come la tubercolosi e la malaria vennero sempre più considerate anche alla luce delle condizioni sociali e lavorative, contribuendo all'affermazione del concetto di malattia sociale e a una maggiore attenzione agli effetti della povertà sulla salute della popolazione.[110]

Una delle prime radiografie eseguite nel 1895 da Wilhelm Conrad Röntgen

Gli studi di Louis Pasteur contribuirono allo sviluppo della vaccinazione: nel 1881 mise a punto il vaccino contro il carbonchio e nel 1885 quello contro la rabbia.[111] Negli anni successivi proseguirono le ricerche nel campo dell'immunizzazione, fino allo sviluppo del vaccino antidifterico alla fine del secolo.[112] Parallelamente, i progressi della chimica applicata alla medicina favorirono la sintesi di nuovi composti destinati all'uso terapeutico, contribuendo allo sviluppo della moderna farmacologia. Nel 1897 Felix Hoffmann sintetizzò l'acido acetilsalicilico, successivamente commercializzato come aspirina, destinato a divenire uno dei farmaci più diffusi.[113] Sul finire del secolo, i progressi scientifici introdussero nuove possibilità anche nell'indagine diagnostica e nello studio della mente. Nel 1895 Wilhelm Conrad Röntgen scoprì i raggi X, che, presentati alla comunità scientifica nello stesso anno, permisero per la prima volta di osservare le strutture interne del corpo umano senza ricorrere a un intervento chirurgico.[114] Negli stessi anni, Sigmund Freud elaborò i primi principi della psicoanalisi, inaugurando un nuovo approccio allo studio dei disturbi psichici.[115]

Medicina contemporanea

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Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina del XX secolo.
Frederick Banting (a destra) con il suo assistente Charles Best (1924), scopritori dell'insulina

Nonostante i grandi progressi compiuti nel secolo precedente, all'inizio del XX secolo le capacità terapeutiche della medicina erano ancora nettamente inferiori a quelle diagnostiche. La medicina disponeva infatti di strumenti sempre più efficaci per individuare e classificare le malattie, ma di un numero limitato di trattamenti capaci di modificarne significativamente il decorso. Si stimava che i pazienti assistiti dai medici avessero una probabilità di guarigione solo moderatamente superiore rispetto a quelli non sottoposti a cure, mentre la durata media della vita si aggirava intorno ai 48 anni.[116]

La prima metà del Novecento vide tuttavia una straordinaria accelerazione delle conoscenze biomediche e, soprattutto, delle possibilità terapeutiche. Il secolo si aprì con la scoperta, da parte di Karl Landsteiner, dei principali gruppi sanguigni umani, che permise di comprendere le gravi reazioni che potevano verificarsi durante le trasfusioni di sangue e contribuì a renderle progressivamente più sicure. Thomas Hunt Morgan, attraverso gli studi condotti a partire dal 1910 sulla Drosophila melanogaster, dimostrò invece il ruolo dei cromosomi nella trasmissione dei caratteri ereditari, fornendo uno dei fondamenti della genetica moderna.[117] Un'importante svolta si verificò nel 1921 con la scoperta dell'insulina da parte di Frederick Banting e Charles Best, con il contributo di John James Rickard Macleod e James Bertram Collip. La possibilità di somministrare l'ormone ai pazienti affetti da diabete mellito trasformò radicalmente la prognosi della malattia, fino ad allora spesso fatale, e rappresentò uno dei primi grandi successi della moderna endocrinologia.

Auditorium del municipio di Oakland temporaneamente adibito ad ospedale per assistere i malati di influenza spagnola

Questi progressi si accompagnarono però a gravi crisi sanitarie. Tra il 1918 e il 1920 gran parte della popolazione mondiale fu colpita dalla pandemia influenzale del 1918, sviluppatasi nell'ultima fase della prima guerra mondiale e propagatasi rapidamente anche a causa degli intensi movimenti di truppe e popolazioni. La pandemia provocò un numero di vittime stimato nell'ordine di decine di milioni e mise in evidenza i limiti della medicina dell'epoca: non esistevano ancora vaccini antinfluenzali, farmaci antivirali né antibiotici efficaci contro le complicanze batteriche, mentre le conoscenze sull'origine e sulla trasmissione dei virus erano ancora limitate. Contribuì così a rafforzare l'interesse per l'epidemiologia, la prevenzione e la sanità pubblica.[118]

Negli anni Trenta furono introdotti i primi efficaci farmaci antibatterici. Nel 1932 Gerhard Domagk dimostrò l'efficacia antibatterica del Prontosil, capostipite dei sulfamidici, che permisero di trattare numerose infezioni batteriche, comprese quelle provocate da pneumococchi, streptococchi, stafilococchi e meningococchi.[119] Nel 1928 Alexander Fleming aveva nel frattempo osservato l'attività antibatterica della penicillina, inaugurando la ricerca che avrebbe portato allo sviluppo degli antibiotici moderni. La successiva messa a punto della produzione su larga scala durante gli anni Quaranta, insieme alla diffusione dei sulfamidici e alla scoperta di altri antibiotici, determinò una vera e propria rivoluzione terapeutica, modificando profondamente la capacità della medicina di curare le infezioni batteriche. Nel 1943 Selman Waksman e Albert Schatz scoprirono la streptomicina, il primo antibiotico efficace contro la tubercolosi, aprendo nuove possibilità nel trattamento di una delle principali malattie infettive dell'epoca.[120]

Formula di struttura generale delle penicilline

Nel 1948, al termine della seconda guerra mondiale, fu istituita a Ginevra l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), con l’obiettivo di promuovere e tutelare la salute delle popolazioni a livello internazionale.[121]

Nel secondo dopoguerra i progressi della medicina proseguirono rapidamente, grazie allo sviluppo della farmacologia, della biologia e delle nuove tecnologie. Negli anni Cinquanta si diffusero nuovi farmaci, tra cui i corticosteroidi, efficaci nel trattamento di numerose malattie infiammatorie e autoimmuni. Le campagne di disinfestazione con il DDT contribuirono all'eliminazione della malaria in vaste aree del Mediterraneo, mentre la tubercolosi divenne più controllabile grazie agli antibiotici e al miglioramento delle condizioni di vita.[122] Nel 1953 James Dewey Watson e Francis Crick, sulla base anche dei dati ottenuti da Rosalind Franklin e Maurice Wilkins, proposero il modello a doppia elica del DNA, ponendo una delle basi fondamentali della biologia molecolare moderna.[123] La medicina acquisì inoltre nuove possibilità di prevenzione e intervento: si sviluppò il vaccino antipolio di Jonas Salk, mentre nel 1967 Christiaan Barnard realizzò il primo trapianto di cuore, nell'ambito dei crescenti progressi della chirurgia cardiovascolare e dei trapianti d'organo.[124]

Introno al 1981 comparve sulla scena mondiale una nuova e drammatica malattia, l’AIDS, causata dal virus HIV, identificato nel 1983. L’epidemia si manifestò proprio in una fase storica nella quale si riteneva che la medicina e la sanità pubblica fossero ormai prossime al definitivo controllo delle malattie infettive. L’AIDS mostrò invece la persistenza della minaccia infettiva e assunse anche importanti dimensioni sociali, soprattutto a causa dello stigma e della discriminazione inizialmente rivolti verso alcuni dei gruppi maggiormente colpiti.[125]

Tomografia computerizzata del cranio

A partire dagli anni Settanta, l'informatica e le nuove tecnologie trasformarono profondamente la medicina. La tomografia computerizzata, l'elaborazione digitale dei segnali e delle immagini e la trasmissione a distanza delle informazioni ampliarono le capacità diagnostiche, mentre si svilupparono la strumentazione biomedica, i biomateriali, la biomeccanica e la bioingegneria. Una nuova frontiera fu inoltre l'ingegneria genetica, che consentì di isolare e manipolare i geni e di produrre su larga scala farmaci e sostanze biologiche, tra cui insulina, fattori della coagulazione, interferoni e ormone della crescita.[126] Nel 1989 fu realizzata una delle prime terapie geniche su pazienti affetti da una malattia genetica, aprendo nuove prospettive nel trattamento delle patologie ereditarie. Negli anni Novanta, i progressi della genetica e della biologia molecolare alimentarono inoltre il dibattito sulle possibili applicazioni della clonazione all'essere umano.[127]

Ricostruzione trattografica delle connessioni neurali. Lo sviluppo delle tecnologie ha aperto scenari di bioetica

Parallelamente, nei sistemi sanitari occidentali si consolidarono politiche di welfare e una maggiore partecipazione alla gestione della salute. Si affermò progressivamente una concezione della malattia come fenomeno determinato non soltanto da fattori biologici individuali, ma anche da condizioni ambientali, economiche e sociali, rafforzando il ruolo della prevenzione e della sanità pubblica.[128] La diffusione degli antibiotici e dei vaccini, insieme al miglioramento delle condizioni igieniche e alimentari, determinò una drastica riduzione della mortalità per molte malattie infettive: le campagne vaccinali portarono alla progressiva scomparsa della poliomielite e, nel 1980, all'eradicazione del vaiolo.[129] Il più evidente risultato di questi progressi fu l'aumento dell'aspettativa di vita alla nascita, che alla fine del secolo raggiunse circa 75 anni per gli uomini e 85 per le donne.[130]

L'aumento della longevità comportò tuttavia nuove esigenze sanitarie e sociali: la crescita della popolazione anziana rese più frequenti le condizioni di ridotta autonomia e il bisogno di assistenza, mentre la medicina iniziò a concentrarsi non soltanto sulla sopravvivenza, ma anche sulla qualità della vita e sull'efficacia e l'appropriatezza delle cure.[131] Si sviluppò così anche il dibattito sulla fase terminale delle malattie inguaribili, sul rapporto tra prolungamento e qualità della vita, sulle cure palliative e sui limiti etici dell'intervento medico.[132] Inoltre, l'aumento dell'aspettativa di vita ha inevitabilmente coinciso con l'invecchiamento della popolazione e la diffusione di patologie croniche e degenerative, tra cui malattie cardiovascolari, metaboliche e neoplastiche, che divennero tra le principali cause di morte.[133] Alla fine del secolo rimanevano comunque numerose malattie infettive, tra cui epatiti virali, polmoniti, Ebola, encefalopatie spongiformi e tubercolosi, particolarmente rilevanti nei Paesi meno sviluppati.[134]

Gli inizi del nuovo millennio

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  1. Cosmacini, 2006, pp. 51-53.
  2. Cosmacini, 2006, p. 53.
  3. Cosmacini, 2006, p. 54.
  4. Cosmacini, 2006, pp. 55-56.
  5. Cosmacini, 2006, p. 59.
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