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Dialetto bolognese

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Bolognese
Bulgnaiṡ
Parlato inItalia (bandiera) Italia
RegioniCittà metropolitana di Bologna
Provincia di Modena
Provincia di Ferrara
Provincia di Pistoia
Parlanti
Totale~470 mila[senza fonte]
Tassonomia
FilogenesiIndoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italo-occidentali
    Romanze occidentali
     Galloiberiche
      Galloromanze
       Galloitaliche
        Emiliano-romagnolo
         Emiliano
          Dialetto bolognese
Codici di classificazione
ISO 639-2roa (Lingue romanze)
Glottologbolo1260 (EN)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1
Tótt i èser umàn i nâsen lébber e prezîṡ in dgnitè e dirétt. I an la raṡån e la cusiänza e i s an da cunpurtèr ón con cl èter cunpâgna di bón fradî.

Il dialetto bolognese[1] (nome nativo: dialàtt bulgnaiṡ, [djaˈlat bul̪ˈɲai̯z̺]) è una varietà linguistica della lingua emiliana, parlato principalmente nella città metropolitana di Bologna (fuorché ad est del fiume Sillaro, dove viene parlata la lingua romagnola), nel circondario di Castelfranco Emilia in provincia di Modena e, in sottovarianti locali, nei comuni di Sambuca Pistoiese, Cento, Sant'Agostino e Poggio Renatico. Nella città di Argenta (e nelle frazioni limitrofe di Bando e Santa Maria Codifiume) viene parlato un dialetto di transizione tra il bolognese e il ferrarese; mentre nel comune di Savignano sul Panaro si parla una variante del modenese con forti connotazioni bolognesi. Viene anche denominato emiliano sud-orientale e appartiene al più vasto gruppo linguistico gallo-italico.

Sottovarianti locali

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Il dialetto bolognese presenta una varietà piuttosto ricca di forme vernacolari all'interno della sua area di diffusione. Il linguista Daniele Vitali distingue sei sottovarianti principali che, pur presentando unitarietà a livello grammaticale, differiscono per tratti fonetici e lessicali: il bolognese cittadino, i dialetti rustici occidentali, orientali e settentrionali e i dialetti montani medi e alti.[2][3]

L'insieme formato dal bolognese cittadino e dai suoi dialetti rustici e montani costituisce il cosiddetto sottogruppo dialettale bolognese. Ne è escluso l'imolese, che appartiene al sottogruppo ravennate-forlivese dei dialetti romagnoli, mentre vi sono inclusi dialetti parlati fuori dai confini della provincia di Bologna, come il centese (provincia di Ferrara), il castelfranchese (provincia di Modena) e il pavanese (provincia di Pistoia).[3][4]

Di queste sottovarianti, quella cittadina è l'unica ad essere stata oggetto di studi linguistici e lessicografici approfonditi ed è anche quella che gode di una letteratura più vasta. Le altre cinque varianti principali sono complessivamente definite "ariose" (dal bologn. ariåuṡ: arioso, fig. di fuori città).[senza fonte]

Bolognese cittadino

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Il Vitali distingue il bolognese cittadino nelle varianti intramuraria, parlata nel centro storico, ed extramuraria, parlata al di là dei viali di circonvallazione (all'epoca, le mura cittadine).[5] Fino alla Seconda guerra mondiale, il bolognese intramurario si divideva in più varietà, caratteristiche dei vari borghi del centro storico, ma esse si sono fuse per dare vita al bolognese intramurario moderno, definito anche standard per essere considerata la più prestigiosa tra tutte le varianti del dialetto bolognese.[6]

Rispetto ad altre sottovarianti di bolognese, in quello cittadino si registrano le seguenti tendenze odierne:[7]

Dialetti rustici occidentali

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I dialetti bolognesi rustici occidentali sono parlati nei comuni della pianura e della collina ad ovest di Bologna,[3] tra i quali in particolare Anzola dell'Emilia, Calderara di Reno, Casalecchio di Reno, Crevalcore, Monte San Pietro, Sala Bolognese[senza fonte], San Giovanni in Persiceto, Sant'Agata Bolognese, Valsamoggia e Zola Predosa[senza fonte]. Appartiene a questo ramo anche il dialetto di Castelfranco Emilia e frazioni[senza fonte] e, in una variante di transizione con il modenese, quello di Savignano sul Panaro, in provincia di Modena.[3]

La loro principale caratteristica comune è data dalla conservazione dei dittonghi davanti a /N/, per cui galéina, lóuna, bĕin, bŏun, véin /gaˈleina, ˈlouna, ˈbɛiŋ, ˈbɔuŋ, ˈveiŋ/ "gallina, luna, bene, buono, vino", mentre il dialetto bolognese cittadino ha sostituito i dittonghi con la sequenza /Vŋ/: galéṅna, lóṅna, bän, bån, vén /gaˈleŋna, ˈloŋna, ˈbæŋ, ˈbʌŋ, ˈveŋ/.[7]

Dialetti rustici orientali

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I dialetti bolognesi rustici orientali sono parlati nei comuni della pianura ad est di Bologna: Baricella, Malalbergo, Budrio, Castel Guelfo di Bologna, Castel San Pietro Terme, Medicina, Minerbio, Molinella e Ozzano dell'Emilia.[3]

La loro principale caratteristica comune è quella di mantenere i, u del latino volgare davanti a /N/, per cui galîna, lûna /gaˈliina, ˈluuna/ "gallina, luna" nel dialetto di Budrio, mentre il dialetto bolognese cittadino ha galéṅna, lóṅna /gaˈleŋna, ˈloŋna/. Nella parte più a nord-est del ramo dialettale rustico orientale, la -a finale di parola è diventata -e, per cui a Malalbergo, Minerbio e Baricella si dice galîne, lûne /gaˈliine, ˈluune/.[7]

Dialetti rustici settentrionali

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I dialetti bolognesi rustici settentrionali sono parlati a nord di Bologna, nelle province di Bologna (Argelato, Bentivoglio, Castello d'Argile, Galliera, Pieve di Cento, San Giorgio di Piano, San Pietro in Casale) e Ferrara (Cento, posta comunque nell'arcidiocesi di Bologna).[3]

Sono più conservativi dei dialetti rustici occidentali e orientali, tanto che mantengono il fonema /ɛ/ nelle posizioni che aveva un tempo anche in questi dialetti, es. sĕcc, casĕtt /ˈsɛk, kaˈsɛt/ "secco, cassetto"; conservano inoltre nelle forme verbali composte il participio passato femminile sia nel singolare sia nel plurale, es. [lî] l'é andéda, äli én andédi "[ella] è andata", "sono andate", in contrapposizione al cittadino invariabile [ló] l'é andè, [lî] l'é andè "[egli] è andato", "[ella] è andata".[7]

La loro principale caratteristica è comunque il passaggio di -ina a -énna /ena/ con allungamento della n, es. galénna /gaˈlena/ "gallina", laddove il dialetto bolognese cittadino ha galéṅna /gaˈleŋna/. In alcune località, ad es. nella frazione centese di Renazzo, -una diventa, simmetricamente, -ónna /ona/, es. lónna /ˈlona/ "luna", laddove il bolognese cittadino ha lóṅna /ˈloŋna/. Un'altra caratteristica è la chiusura della vocale tonica negli infiniti della prima classe, ossia quelli terminanti in -ér, es. andér /anˈder/ "andare", e nel participio passato, es. andé /anˈde/ "andato", in contrapposizione alla corrispondente vocale aperta /ɛ/ del dialetto cittadino.[3]

Dialetti montani medi

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I dialetti bolognesi montani medi sono parlati sul medio Appennino bolognese nella zona tra la fascia collinare e la montagna alta, dove arrivano nella loro diffusione più meridionale fino a Porretta.[8] Le innovazioni del bolognese si sono diffuse in questi luoghi in seguito alla dominazione della città di Bologna dall'alto Medioevo fino ai giorni nostri: essi presentano perciò tratti grammaticali comuni al dialetto bolognese cittadino, ma anche elementi fonetici di transizione con i dialetti montani alti parlati nella fascia al confine con la Toscana.[3][4]

Più precisamente sono diffusi nei comuni di Camugnano, Castel d'Aiano, Castel di Casio (eccetto la località Badi)[senza fonte], Gaggio Montano,[9] Grizzana Morandi,[10] Loiano, Marzabotto, Monghidoro, Monterenzio, Monte San Pietro, Monzuno, San Benedetto Val di Sambro[senza fonte] e Vergato, nonché nelle località di Porretta (comune di Alto Reno Terme),[8] Savigno (comune di Valsamoggia), Rocca Corneta (comune di Lizzano in Belvedere) e Casoni di Romagna (comune di Casalfiumanese), Fontana, Lagune e Iano (comune di Sasso Marconi)[senza fonte].

I dialetti montani medi si caratterizzano per una maggiore conservatività rispetto ai dialetti della pianura, e in particolare rispetto al dialetto bolognese cittadino; d'altra parte, sono più innovativi dei dialetti montani alti.[4] Come i dialetti rustici settentrionali, mantengono il fonema /ɛ/ nelle posizioni storiche, es. sĕcc, casĕtt /ˈsɛk, kaˈsɛt/ "secco, cassetto", laddove il bolognese cittadino ha sacc, casàtt /ˈsak, kaˈsat/.[11]

Mantengono inoltre i fonemi /ee, oo/ nelle posizioni storiche, es. mêla, pêra, fiôr, sôl /ˈmeela, ˈpeera, ˈfjoor, ˈsool/ "mela, pera, fiore, sole", laddove il bolognese cittadino ha dittongato: maila, paira, fiåur, såul /ˈmaila, ˈpaira, ˈfjʌur, ˈsʌul/. Ancora, hanno -énna, -ûna come i dialetti rustici settentrionali: galénna, farénna, lûna, fortûna /ɡaˈlena, faˈrena, ˈluuna, forˈtuuna/ "gallina, farina, luna, fortuna", laddove il bolognese cittadino ha galéṅna, faréṅna, lóṅna, furtóṅna /ɡaˈleŋna, faˈreŋna, ˈloŋna, furˈtoŋna/. Alcuni dialetti montani medi hanno anche lónna, fortónna /ˈlona, forˈtona/, di nuovo in analogia ad alcuni dialetti rustici settentrionali.[3][11]

Una peculiarità fonetica dei dialetti montani medi è la presenza delle vocali intermedie ē, ō da ĕ, ŏ di sillaba aperta latina. Queste due vocali ricordano quelle dei dialetti romagnoli e vengono quindi trascritte fonologicamente allo stesso modo, ossia /eə, oə/: mēl, rōda, scōla /ˈmeəl, ˈroəda, sˈkoəla/ "miele, ruota, scuola"; in questi casi il bolognese cittadino ha in genere /ee, oo/, mêl, rôda, scôla /ˈmeel, ˈrooda, sˈkoola/. Inoltre, nei dialetti montani medi il fonema /eə/ è anche il risultato di a di sillaba aperta latina: sēl, mēr /ˈseəl, ˈmeər/ "sale, mare", laddove il bolognese cittadino ha /ɛɛ/, sèl, mèr /ˈsɛɛl, ˈmɛɛr/.[11]

Una peculiarità fonetica in comune coi dialetti montani alti è la presenza delle vocali nasali: mont. medi chę, bẽ, vĩ, padrõ, ũ /ˈkɛ̃, bẽ, vĩ, padrõ, ũ/ "cane, bene, vino, padrone, uno", mont. alti cã, bẽ, vĩ, padrõ, ũ /ˈkã, bẽ, vĩ, padrõ, ũ/, laddove in bolognese cittadino si dice can, bän, vén, padrån, ón /ˈkaŋ, ˈbaŋ, ˈveŋ, paˈdraŋ, ˈoŋ/.[4][11]

Sul piano morfologico, l'articolo singolare maschile, che in bolognese cittadino è al, in molti dialetti montani medi è e: e pŏzz /eˈpɔθ/ "il pozzo", laddove il bolognese cittadino ha al påzz /alˈpaθ/.[9][11] Molti dialetti montani medi coniugano "lui ha" e "lei ha" diversamente, alcuni anche "lui è" e "lei è".[12] Infine, in molti di essi il plurale maschile è invariato, come in modenese, mentre in bolognese cittadino è metafonetico; in altri il plurale metafonetico esiste, ma con regole diverse da quelle bolognesi (e più simili a quelle romagnole).[10]

Dialetti montani alti

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Con dialetti bolognesi montani alti si intendono i dialetti del sottogruppo bolognese parlati nella fascia montana dell'Appennino bolognese al confine con la Toscana. Vengono definiti alti perché si parlano in quota, ossia a Lizzano in Belvedere, Granaglione, Castel di Casio, Castiglione dei Pepoli, in alcune frazioni del comune toscano di Sambuca Pistoiese e nella frazione di Castelluccio,[4] mentre a Porretta si parla un dialetto appartenente ai dialetti montani medi a causa dei contatti storicamente più frequenti con la città di Bologna.[8]

Presentano alcune caratteristiche in comune con l'area toscana:[13]

  • Conservazione delle vocali finali: gatto, sasso (ma cadono nella frase: un gatt rósso "un gatto rosso");
  • Mancata distinzione fra vocali lunghe e brevi, poiché le vocali accentate sono sempre foneticamente lunghe (tranne in posizione finale, dove possono essere lunghe o brevi dando luogo ad alcune coppie minime: "fai" vs. "fa", interpretabili anche come fàa vs. );
  • Le a del lat. volg. si conservano sia in sillaba aperta che chiusa: fare (in alcuni dialetti fàa), palo;
  • i, u del lat. volg. si conservano sia in sillaba aperta che chiusa: filo, lìsscio, muro, brutto;
  • e, o del lat. volg. si conservano sia in sillaba aperta che chiusa: vérde, sécco, sóle, rótto (in alcuni dial. vérdo, sólo);
  • Conservazione di /tʃ, dʒ/: cénndre, génnero (o génndro) "cenere, genero";
  • Conservazione di /ts, dz/ affricate: pózzo, mèżżo "pozzo, mezzo";
  • Conservazione di /ʃ/: péssce (in alcuni dial. pésscio), còsscia "pesce, coscia".

D'altronde, ci sono casi di conservazione di vecchi elementi settentrionali:[13]

  • Fonema /ʒ/: paṡge, cróṡge "pace, croce", diventati pèṡ, cråuṡ in dialetto bolognese cittadino;
  • Fonemi occlusivi o occlu-costrittivi palatali /c, ɟ/: mùcchjo, ùnghja (in alcuni dial. uggna) "mucchio, unghia", diventati mócc', ónngia in dial. bol. citt.

Vi sono poi importanti caratteristiche che accomunano i dialetti montani alti ai dialetti di tipo bolognese e quindi di tipo gallo-italico:[4]

  • Frequente sincope vocalica: lizzanese bdócchjo, bṡare, g'lare, mlõ, vludo "pidocchio, pesare, gelare, melone, velluto", cfr. bol. bdòc', bṡèr, żlèr, mlån, vlûd, e bol. mont. m. bdŏcc', bṡē, żlē, mlõ, vlûd;[14]
  • ĕ, ŏ del latino classico in sillaba aperta hanno dato in genere /(j)ɛ, ɔ/ in Toscana e /(j)ɛ, wɔ/ in italiano, mentre troviamo e, o chiuse (foneticamente lunghe) in lizzanese: méle, préte, córe, fógo, róda "miele, prete, cuore, fuoco, ruota". Come il lizzanese si comporta un bel pezzo di Emilia, anche se proprio in area bolognese le cose sono più complicate (in bolognese cittadino abbiamo mêl, côr, rôda con /ee, oo/ ma prît, fûg con /ii, uu/ dovuti ad antichi /je, wo/; nei dialetti montani medi troviamo prêt, côr, fôg con /ee, oo/ ma mēl, rōda "ruota" con e, o intermedie);[15]
  • Sonorizzazione di /p, t, k/ posvocaliche in /v, d, ɡ/: lizz. savére, cavra, séda, amigo, figo "sapere, capra, seta, amico, fico", cfr. bol. savair, chèvra, saida, amîg, fîg;[16]
  • Caduta delle doppie consonanti, tranne dopo accento: lizz. gallo "gallo" ma galina "gallina"; qualcosa di simile è successo in bol. e mont. m., poiché in questi dialetti la a lat. volg. di sillaba chiusa è diventata lunga, gâl, mentre quella di sillaba aperta palatalizza: questo diverso trattamento presuppone una conservazione, per un certo tempo, delle doppie consonanti; inoltre le doppie lizzanesi sono più brevi di quelle italiane, una via di mezzo fra doppie e semplici che ci dovette essere anche in bol. antico prima della caduta delle doppie ("gallina" si dice galéṅna /ɡaˈleŋna/ in bolognese e galénna /ɡaˈlen-a/ nei dialetti montani medi, con la frontiera sillabica tra /n/ e /a/ a dare un'impressione di allungamento);[3][16]
  • Dopo accento, raddoppiamento sistematico di m, frequente di l, r, v: lizz. primma, fummo, famme, mullo, argallo, magarra, el bévve "prima, fumo, fame, mulo, regalo, magari, beve"; contro il bolognese prémma, fómm, fâm, móll, regâl, magâra, al bavv: per via della caduta delle doppie, l'antico raddoppiamento di /m, l, r, v/ in bol. si vede solo dal fatto che le vocali che precedono hanno il trattamento di sillaba chiusa; lo stesso accade nei dial. montani medi: prémma, fómm, fâm, móll, argâl, magâra, e bĕvv;[16]
  • Presenza delle vocali nasali: lizz. , e fẽ, , , ũ "vino, facciamo, cane, buono, uno", con esiti analoghi a quelli dei dialetti montani medi. Anche questo è un fenomeno di conservazione, poiché il bolognese cittadino vén, a fän, can, bån, ón con n velare /ŋ/ si spiega proprio con una fase di nasalizzazione successivamente regredita;[3][16]
  • L'articolo singolare maschile è al come in bolognese cittadino, mentre in genere è e nei dial. montani medi: lizz. al gatto al córre "il gatto corre", bol. cittadino al gât al córr, gaggese e gât e cŏrr;[9][17]
  • Il lizzanese ha la negazione ridondante con brìṡgia, da confrontare al bol. citt. e mont. medio brîṡa; nei dialetti montani alti diversi dal lizzanese però non si usa questo secondo elemento della negazione, che è così a un solo posto, come in italiano e toscano.[17]

Il bolognese, come gli altri dialetti del gruppo gallo-italico, appartiene al più vasto gruppo linguistico galloromanzo e differisce in vari aspetti dall'italiano, che è invece un idioma del gruppo italo-dalmata. Il sottogruppo dialettale bolognese, insieme al sottogruppo dialettale modenese e al sottogruppo dialettale reggiano, forma il complesso dialettale emiliano centrale.

Fonetica e ortografia

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«... l detto altrove dell'incontrastabilmente maggior numero di suoni nelle lingue settentrionali che nelle nostre, causa, in parte della lor mala ortografia, per la scarsezza dell'alfabeto latino da loro adottato; è applicabile ai dialetti dell'Italia superiore, perciò difficilissimo ancora a bene scriversi.»

Il sistema fonetico bolognese è assai più ricco dell'italiano, sia per le vocali che per le consonanti. Si utilizzerà in questa pagina l'Ortografia Lessicografica Moderna, elaborata da Daniele Vitali e Luciano Canepari ("Pronuncia e grafia del bolognese", in Rivista italiana di dialettologia)[18] ed oggi divenuta la grafia ufficiale bolognese[senza fonte].

Alle sette vocali dell'italiano si aggiungono nel bolognese due suoni vocalici tipici: ä e å (che si pronunciano rispettivamente come la a e la o delle parole inglesi con accento americano: hand e bottle, rispettivamente [æ] e [ʌ]), nonché la sostanziale differenza tra vocale breve e vocale lunga. In bolognese si hanno dunque dodici suoni vocalici diversi: à, â, å, ä, è, ê, í, î, ô, ó, ú e û. Le vocali ä e å così come quelle lunghe sono sempre toniche. La distinzione tra vocale breve e vocale lunga è importante perché costituisce una coppia minima dal punto di vista fonetico: si confrontino infatti le due parole sacc (secco) e sâc (sacco). Caratteristico del bolognese è anche la presenza diffusa di dittonghi fonologici, che sono sempre tonici: ai e åu come in fiåur (fiore) o maila (mela).

Per quanto riguarda le consonanti, quelle che presentano diversità sostanziali dall'italiano nella loro pronuncia sono la n, la s e la z. In bolognese esistono tre tipi di suoni nasali: la n, la gn e la . Si avrà una velare tutte le volte che questa si trova prima di qualsiasi suono consonantico e in fine di parola: scaldén, ganba, uṡlén, dmanndga, rånper, cónza (scaldaletto, gamba, uccellino, domenica, rompere, condimento). Per convenzione questo suono viene sempre trascritto con n tranne che quando ricorre nel frequente nesso consonantico ṅn come in galéṅna (gallina), in cui ad una velare segue una n di tipo alveolare. Il suono nasale gn inoltre può essere presente anche a fine parola: Raggn (Reno).

La s e la z bolognesi si presentano in due timbri distinti: sorde (s e z) e sonore ( e ż). Sono piuttosto peculiari. La s è infatti cacuminale e viene pronunciata arrotolando la lingua in modo che la punta tocchi il palato. È spesso accompagnata da un arrotondamento delle labbra e assomiglia vagamente alla spirante italiana "sc" davanti ad e o i. La z non è affricata come in italiano, ma è al contrario una spirante alveolare non solcata e laminare simile, ma non identica, al th inglese di thing o alla c spagnola di cierro che invece si differenziano perché sono interdentali[19]. Le varianti sorda e sonora di ognuna di queste due vocali funge da morfema distintivo per le coppie minime: zänt (cento) e żänt (gente).

Altra caratteristica tipica del bolognese e di molte altre parlate galloitaliche è la presenza dei gruppi consonantici s-c e s-g, che vengono pronunciati distintamente, come la c dell'italiano "cera": s-ciavvd (insipido) e la g di "giallo": s-giazèr (sghiacciare).

Morfo-sintassi

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Il bolognese distingue due generi (maschile e femminile) e due numeri (singolare e plurale). Per la formazione del femminile negli aggettivi e nella maggior parte dei sostantivi si aggiunge il suffisso -a al maschile: defizänt - defizänta (deficiente m/f); påndg - påndga (ratto m/f).

Complicata è la formazione del plurale. Infatti, a differenza dell'italiano, in molti casi non si aggiungono suffissi vocalici ma si produce un'alternanza vocalica nella radice del sostantivo, in un modo che ricorda le lingue germaniche. Così avremo per esempio:

  • å - ó: biånnd (biondo) - biónnd (biondi)
  • ô - û: żnòc (ginocchio) - żnûc (ginocchia)
  • parole terminanti per -èl o -ôl terminano al plurale per e : martèl (martello) - martî (martelli); fiôl (figlio) - fiû (figli); vi sono eccezioni come nurmèl (normale), dove la parola rimane invariata nella sua forma plurale; altre, come sàntel (padrino), rimangono invariate al plurale poiché parole non tronche, ovvero con l'accento tonico che non cade sulla -èl od -ô.

Le parole maschili terminanti in consonante rimangono immutate al plurale e il numero è quindi individuabile solo tramite l'articolo: al râm (il ramo) - i râm (i rami). Le parole femminili non derivate da parole maschili perdono la -a finale: la rôda (la ruota) - äl rôd (le ruote). Talvolta è possibile l'aggiunta di vocali eufoniche: fammna (femmina) - fàmmen (femmine) Le parole femminili derivate da parole maschili (sostantivi mobili) formano il plurale invece aggiungendo -i: biånnda (bionda) - biånndi (bionde) ziéṅna (zia) - ziéṅni (zie)

Gli articoli sono: Determinativo: al (il - maschile singolare, usato davanti a tutti i nessi consonantici: al scumpartimänt); la (femminile singolare); l´(maschile o femminile singolare davanti a vocale -se femminile, con apostrofo a causa dell'elisione della a finale); i (maschile plurale); äl (femminile plurale); äli (femminile plurale davanti a vocale: äli ôv - le uova, pron. agliôv o egliôv).

Indeterminativo: un (uno - maschile singolare); una (femminile singolare)

Assai complesso è il sistema verbale, che comprende quattro classi verbali (verbi che terminano per -èr, -air, -er, -îr) spesso irregolari soprattutto nel sistema del presente indicativo. Particolarità del dialetto bolognese è la presenza, accanto al pronome tonico personale, di un altro elemento atono (che deve sempre essere espresso) che sta tra soggetto e verbo, definito (Vitali) espansione del soggetto. Si tratta del soggetto clitico, piuttosto comune nell'Italia settentrionale e che perdura anche in alcune varietà toscane. I pronomi personali e le espansioni del soggetto sono:

Espansione del soggetto: a (io); (e) t (tu); al, la (lui, lei); a (noi); a (voi); i, äli (loro)
Pronome personale:  ;  ; ló, lî; nuèter ; vuèter ; låur

Coniugazione affermativa del verbo èser (essere)

  • () a sån
  • () t î
  • () l é
  • () l'é
  • (nuèter) a sän
  • (vuèter) a sî
  • (låur) i én
  • (låur) äli én

Coniugazione interrogativa del verbo èser (derivata dall'inversione tra verbo e espansione del soggetto, posposta come in francese accade col soggetto)

  • såggna?
  • ît?
  • êl, êla?
  • saggna?
  • sîv?
  • êni?

Coniugazione del verbo magnèr (mangiare)

  • () a mâgn
  • () t mâgn
  • () al mâgna
  • () la mâgna
  • (nuèter) a magnän
  • (vuèter) a magnè
  • (låur) i mâgnen
  • (låur) äli mâgnen

Coniugazione interrogativa del verbo magnèr

  • mâgna?
  • mâgnet?
  • mâgnel? mâgnla?
  • magnaggna?
  • magnèv?
  • mâgn-ni?

Numeri maschili e femminili

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A differenza dell'italiano, dove la distinzione tra maschile e femminile avviene solo per il numero uno (uno - una), nel dialetto bolognese la distinzione permane fino al 3:

  • ón - óṅna (1)
  • - dåu (2)
  • trî - trai (3)

dal quattro (quâter) in poi non c'è più distinzione:

  • quâter (4)
  • zénncv (5)
  • (6)
  • sèt (7)
  • òt (8)
  • nôv (9)
  • dîṡ (10)

Esempi di testo

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Il vento di tramontana e il sole

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Il testo della favola esopica, tradizionalmente usato come brano di confronto dialettologico, viene qui riportato in un dialetto montano medio, in bolognese cittadino e in italiano.

Dialetto di Rocca Pitigliana (montano medio) – E sôl e l'ōra[11]

Ai avî da stē a savê che un dé l'ōra e e sôl i cmenzipiénn a tarabeschē: ũ e vrêva èser pió forzût ed cl ēter, acsé i dezidénn ed fē al brâza. A n bèl momẽt i vdénn un viażadôr a pê ch'l agnîva avęti tótt intabarà int la caparèla. I dû i s méssen a d acōrd che e più potẽt e srê stà quĕll che l avéssa fât in mōd e manêra ed cavē d'indòs la caparèla ae plegréĩ. L'ōra la cmenzipiŏ a tirē cõ tótta la sŏ fōrza, ma pió la tirēva e pió e viażadôr e se strichēva int la sŏ caparèla; tęt che, ala féĩ, la s dezîṡ de ṡmĕttr ed tirē. E sôl alôra e s alvŏ in piẽ zêl, e dŏpp a pōc e viażadôr, ch'l avêva un chēld eṡagerà, es cavé d'indòs la caparèla. L'ōra la fó acsé ubligà a tōla pērsa e arcgnŏsser che e sôl l êra pió potẽt int èser stà pió birichĩ.

Dialetto bolognese cittadino – Al vänt e al såul

Un dé al vänt ed såtta e al såul i tacagnèven, parchè ognón l avèva la pretaiṡa d èser pió fôrt che cl èter. A un zêrt pónt i vdénn un òmen ch'al vgnèva inànz arvujè int una caparèla. Alåura, pr arsôlver la lît, i cunvgnénn ch'al srêv stè cunsidrè pió fôrt quall ed låur ch'al fóss arivè d åura ed fèr in môd che cl òmen al s cavéss la caparèla d indòs. Al vänt ed såtta al cminzipié a supièr pió fôrt ch'al psèva, mo pió al supièva e pió cl òmen al se strichèva int la caparèla, tant che ala fén al pôver vänt ai tuché ed tôrla pêrsa. Alåura al såul al s mustré in zîl; pôc dåpp l òmen, ch'al stiupèva dal chèld, al s cavé la caparèla. E al fó acsé che al vänt ed såtta al fó custràtt a arcgnósser che al såul l êra pió fôrt che ló.

Italiano – Il vento di tramontana e il sole

Si bisticciavano un giorno il vento di tramontana e il sole, l'uno pretendendo d'esser più forte dell'altro, quando videro un viaggiatore, che veniva innanzi avvolto nel mantello. I due litiganti convennero allora che si sarebbe ritenuto più forte chi fosse riuscito a far sì che il viaggiatore si togliesse il mantello di dosso. Il vento di tramontana cominciò a soffiare con violenza; ma più soffiava, più il viaggiatore si stringeva nel mantello; tanto che alla fine il povero vento dovette desistere dal suo proposito. Il sole allora si mostrò nel cielo; e poco dopo il viaggiatore, che sentiva caldo, si tolse il mantello. E la tramontana fu costretta così a riconoscere che il sole era più forte di lei.

Dialetto pavanese (montano alto)

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Come esempio di testo in un dialetto bolognese montano alto si riportano alcune battute della Casina di Plauto, tradotta e riadattata in pavanese da Francesco Guccini:

  • CELESTIN- Ch'i 'n possa stare da per mì, quand'i n'ho vòiia, per parlare di mé afari e pensare, sénza che tì t'mé stia sémpre d'atorno?
  • CALIN- Perché i son convinto d'vgnirte sémpre drédo, dovunque t'andrà. Diolai! Anche se t'volessi andare a impicarte, i t'véggno drédo. Fa 'n po' i to conti, se t'potrà o no, con tutto al to armesdare, portarte via Zucarin sénza che mì a l'sappia, se t'la toli per sposa, comme t'va fare.
  • CELESTIN- Ma tì, al che t'ha da fare con mì!
  • CALIN- Al ché t' di', bìscaro?! Perché t'véni a impestare quì in Pavna, spinaiolo da do soldi?
  • CELESTIN- Perché a m'garba acuscì.
  • CALIN- Perché 'n té sta' d'là da l'acqua, in ti to campi? Perché 'n té fa al lavoro chi t'hati ditto 'd fare, sénza introgolarte int'al cose dal paese? Artorna in campaggna, artorna 'd fùria in ti to campi!
  • CELESTIN- Calin, i 'ti m'a l'son scorda' quello ch'a i ho da fare; in campaggna a i è un ch'a l'fa tutto per ben. S'i riésscio a fare quel ch'i soli vgnu' per fare, s'i riesscio a sposarme la patòzza ch'a t'ha inamora' anca tì, ch'la bella patòzza d'Zucarin, ch'l'é serva insémm'a tì, quand'i l'avrò porta' in campaggna mégo, t'vedrà ch'i restarò per sémpre int'i mé campi.

Lessicografia

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«...perciò difficilissimo ancora a bene scriversi.
Mezzofanti diceva che al bolognese bisognerebbe
un alfabeto di quaranta o cinquanta o più segni.»

La tradizione lessicografica del bolognese è abbastanza antica: il primo vocabolario della lingua bolognese risale infatti al 1820 ed è stato redatto da Claudio Ermanno Ferrari[20]. Per una decisa sistemazione dell'ortografia lessicografica si deve aspettare tuttavia la pubblicazione degli studi di fonetica di Alberto Trauzzi e Augusto Gaudenzi[21], che introdussero segni esotici come la å nonché la , la e la ż, tentando di dare una grafia unitaria al dialetto che fino ad allora veniva trascritto utilizzando la grafia italiana, assai deleteria per un idioma foneticamente così distante dal toscano. Le notazioni proposte vengono riprese ed elaborate da Gaspare Ungarelli, che nel 1901 pubblicò primo dizionario moderno del bolognese[22].

In seguito le notazioni lessicografiche introdotte conobbero alterna fortuna negli autori successivi. Nel 1964 Alberto Menarini non usava nessun diacritico sulle consonanti nel suo saggio Bolognese invece: ricerche dialettali[23]; comincia invece a usare il puntino su s, z, n in Tizio, Caio e San Petronio, vicende di nomi nel dialetto bolognese[24] continuando ad evitare la å, invece ripresa, ed affiancata alla ä, dal prof. Luciano Canepari dell'Università di Venezia e dal suo discepolo Daniele Vitali con l'introduzione della OLM (Ortografia Lessicografica Moderna) che consente di riprodurre in uno scritto la reale parlata dialettale senza dovere "indovinarla" riferendosi al contesto della frase. Questa grafia è quella usata nei testi di grammatica del dialetto dello stesso Vitali[25][26] e nei Corsi di Bolognese che dal 2002 Roberto Serra tiene presso il Teatro Alemanni di Bologna. Per i dialetti della media montagna bolognese è stata inoltre elaborata da Vitali e Franco Piacentini una proposta ortografica specifica, basata sul dialetto di Rocca Pitigliana.[11]

Produzione letteraria

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Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura bolognese.

Il bolognese è un dialetto ricco di opere letterarie dal XVI secolo fino ai giorni nostri. Le opere letterarie principali sono soprattutto testi teatrali, ma non mancano anche opere in poesia e prosa.

Diffusione e tutela

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La lingua emiliana, alla quale appartiene la varietà linguistica bolognese, è classificata dall'UNESCO come "in serio rischio di estinzione" (seriously endangered), con un numero di parlanti stimati attorno ai due milioni nel 2011.[27][28] Non vi sono stime ufficiali sul numero di parlanti bolognese, tuttavia il suo numero è sempre più esiguo, particolarmente nell'area urbana, dove è ormai pressoché scomparso, mentre sopravvive nelle versioni "ariose" della provincia. Da un lato ciò si deve alla massiccia immigrazione verso Bologna a partire dal secondo dopoguerra da altre zone d'Italia (principalmente dal sud), che ha portato gradualmente alla messa in minoranza della popolazione nativa;[29][30] dall'altro al pregiudizio nei confronti del dialetto, visto come espressione di "bassa cultura" dalla popolazione a partire dall'epoca fascista e fino a tempi recenti.[31]

Lo sporadico interessamento del Comune di Bologna negli anni '80, con l'organizzazione fra il 1987 e il 1989 del Festival della Canzone Bolognese,[32] nonché il ben più rilevante contributo di artisti bolognesi quali Dino Sarti, Andrea Mingardi, Quinto Ferrari o Fausto Carpani, non hanno scongiurato il rischio di estinzione del bolognese. Sebbene associazioni locali si adoperino a promuovere il bolognese attraverso l'organizzazione di spettacoli teatrali, letteratura e musica, così come l'organizzazione di corsi, il disinteresse delle istituzioni e di buona parte della popolazione, in maggioranza non nativa, lasciano presagire la prossima estinzione del bolognese.[31]

  1. Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" in accordo alle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Negli altri casi, viene usato il termine "dialetto".
  2. Lepri2005, p. 10.
  3. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 Vitali2008a.
  4. 1 2 3 4 5 6 Vitali2010.
  5. CanepariVitali1995, pp. 119-164:
    Va sùbito chiarito che cosa s'intende per "dialetto bolognese": si tratta dell'insieme di dialetti affini usati nella provincia di Bologna, senza però coincidere coi confini amministrativi [...].
    In questo lavoro, le varianti rustiche e montane sono state considerate principalmente per illustrare le differenze rispetto al bolognese cittadino, a sua volta distinguibile in "intramurario" e "extramurario", secondo una linea di confine che passava lungo le mura, abbattute agl'inizi del '900 e sostituite dai viali di circonvallazione. Le diverse pronunce extramurarie iniziavano, dunque, a sentirsi subito fuori del centro storico, e erano usate in piccoli insediamenti privi di continuità col nucleo cittadino (ma ad esso gradualmente conglobati [...]); in fondo, tali parlate si possono già definire "rustiche" e, come queste, sono più conservative rispetto al bolognese intramurario.
  6. CanepariVitali1995, p. 120:
    [...] con le trasformazioni sociali intervenute subito dopo la seconda guerra mondiale, scomparvero le condizioni per cui i bolognesi passavano l'intera vita senza uscire dal borgo natìo, il che permise la nascita d'un intramurario moderno le cui differenze tradizionali, sempre esistite e segnalate fin dal De vulgari eloquentia (Liber primus, IX, 4), hanno perso molto del loro peso. È in particolare a questa pronuncia intramuraria "standard", ben rappresentata da Luigi Lepri, che facciamo riferimento nel descrivere le articolazioni dei suoni bolognesi cittadini [...].
    Una descrizione "standard" del bolognese intramurario odierno è resa più complicata da due importanti fenomeni sociolinguistici: per via delle trasformazioni storico-sociali già ricordate, si verificò un massiccio afflusso di bolognesi extramurari, rurali e montanari verso il nucleo cittadino in espansione proprio nel momento in cui stava nascendo l'odierno intramurario "standard", che s'è così ritrovato in minoranza numerica nella sua stessa area di diffusione e non è rimasto impermeabile, come si vedrà, alle influenze esterne, pur continuando a esser considerato (unitamente a quello dei più anziani che hanno ancora differenze di borgo) "il vero bolognese" o "il bel bolognese pulito".
  7. 1 2 3 4 CanepariVitali1995, pp. 119-164; Vitali2008a.
  8. 1 2 3 Vitali2007, pp. 52-58.
  9. 1 2 3 Vitali2008b, pp. 757-779.
  10. 1 2 Loporcaro1991, pp. 57-126.
  11. 1 2 3 4 5 6 7 VitaliPiacentini2005, pp. 84-88.
  12. Loporcaro1996, pp. 458-478.
  13. 1 2 Malagoli1930; Vitali2010.
  14. Malagoli1941, pp. 195-228.
  15. Malagoli1930; Vitali2008a.
  16. 1 2 3 4 Malagoli1930.
  17. 1 2 Malagoli1940, pp. 191-211.
  18. CanepariVitali1995, pp. 119-164.
  19. CanepariVitali1995.
  20. Ferrari1820.
  21. Gaudenzi1889.
  22. Ungarelli1901.
  23. Menarini1964.
  24. Menarini1968.
  25. Vitali2009.
  26. LepriVitali2009.
  27. (EN) Endangered languages: the full list, in the Guardian. URL consultato il 10 febbraio 2023.
  28. Lista delle lingue parlate in Italia, su patrimonilinguistici.it. URL consultato il 10 febbraio 2023.
  29. Comune di Bologna, Popolazione residente dalla nascita e popolazione immigrata per provenienza al 31 dicembre - serie storica, su inumeridibolognametropolitana.it. URL consultato il 18 settembre 2020 (archiviato il 19 ottobre 2020).
  30. I flussi migratori a Bologna (PDF), su Comune di Bologna, ottobre 2011 (archiviato il 16 aprile 2016)..
  31. 1 2 Difaiṡa e cunservaziån dal bulgnaiṡ - Tutela e conservazione del bolognese, su bulgnais.com. URL consultato il 10 febbraio 2023.
  32. Situazione attuale, su http://www.comune.bologna.it. URL consultato il 10 febbraio 2023.

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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