Vai al contenuto

Mirmidoni (Eschilo)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Mirmidoni
Tragedia di cui restano frammenti
Achille benda Patroclo, vaso con figure rosse del pittore di Sosia.
Autore Eschilo
Titolo originaleΜυρμιδόνες
Lingua originaleGreco antico
GenereTragedia
AmbientazioneCampo acheo davanti a Troia
Prima assolutaTeatro di Dioniso, Atene
Personaggi
Achille
Patroclo
Antiloco
Messaggero
Coro di Mirmidoni

Mirmidoni (in greco antico Μυρμιδόνες?, Mirmidónes) è una tragedia di Eschilo andata quasi completamente perduta, che trattava della storia di Achille e Patroclo.

La tragedia si basa sul libro nono e sedicesimo dell'Iliade. Oltraggiato da Agamennone, Achille si rifiuta di combattere contro i Troiani anche dopo che il re acheo gli ha inviato un'ambasciata per convincerlo a tornare sul campo di battaglia. Anche il coro dei Mirmidoni esorta, invano, il proprio re a tornare in campo:[1]

«Vedi tu questo, glorioso Achille?

Vedi l'affanno che la lancia cruda
compie sui Danai, che traditi hai già?
Eppure te ne stai dentro la tenda
a consumare nell'inerzia il tempo.
Signor di Ftia, Achille! Perché mai,
udendo (ahimè!) gli scempi dell'accetta,
non muovi a nostro rapido soccorso?»

Senza Achille ogni sforzo è vano, ma Diomede decide ugualmente di guidare i Greci in battaglia ed essi subiscono una dolorosa sconfitta.

Tra l'altro, pare che Antiloco supplicasse Achille di tornare, prospettandogli anche la morte per lapidazione come traditore[2]:

«
ACHILLE: Il mio corpo vorrebbero colpire

con le pietre? Non credere che il figlio
di Peleo, lacerato dai macigni,
non mandi dalle tenebre profonda
la rovina ai Troiani e a questa terra,
senza che l'armi scendano in battaglia.
ANTILOCO (?): Eppure a tanto si potrebbe giungere.
Ma in modo assai più comodo potresti
trovare quel che la parola chiama
il medico dell'uomo e dei suoi affanni.
ACHILLE: Per il timore che ho di questi Achei
dovrei posare la mia mano all'asta,
che pur di rabbia freme per la colpa
del malvagio pastore? E se da solo,

come dicono i miei compagni d'arme,

senza scendere in campo io provocassi
una sì grande e inaspettata svolta,
allora io sarei la fine e il tutto
per le schiere degli uomini d'Acaia.
A dir la mia parola apertamente
nessun timore o reverenza mi tiene.
Chi mai potrebbe definire eroi,
la cui nobiltà superi la mia,
i capi delle schiere e del comando?
Quando Cicno vi volle calpestare,
lui da solo, inseguendo la vostra fuga,
dopo che l'armi strinse nel vigore
delle sue giovani braccia, chi mai,
se non fossi stato io, salvò l'esercito
e disperse la folla dei Troiani?»

Commosso dallo spreco di tante vite umane, Patroclo supplica Achille di lasciarlo andare a combattere al posto suo: indosserà l'armatura di Achille e i Troiani saranno così spaventati dalla sua apparizione che scapperanno alla sua vista. Achille si lascia smuovere dalla suppliche dell'amato e acconsente al piano di Patroclo.

Patroclo indossa l'armatura del compagno e guida i Mirmidoni in battaglia, mentre Achille resta all'accampamento e offre libagioni a Zeus per la buona riuscita del piano e perché riporti Patroclo al campo sano e salvo; Zeus accoglie la prima richiesta, ma non la seconda. Un messaggero porta ad Achille la notizia che Patroclo, dopo aver combattuto valorosamente e aver ucciso l'eroe Sarpedonte, è stato colpito a tradimento dal dio Apollo e finito da Euforbo ed Ettore. Achille piange amaramente la morte dell'amato e decide di tornare in battaglia per vendicare la morte di Patroclo.

L'opera di Eschilo descrive la relazione tra Achille e Patroclo come un rapporto esplicitamente omosessuale in cui Achille svolgeva il ruolo di erastès e Patroclo quello di eromenos. In uno dei frammenti rimasti, infatti, Achille parla di "unione devota delle cosce",[3] chiaro riferimento al sesso intercrurale.

La tragedia doveva essere la prima parte di una trilogia, la cosiddetta "Achilleide", composta anche dalle Nereidi e dai Frigi, conosciuta anche come il Riscatto di Ettore, anch'esse perdute.[4]

  1. Nella parodo, parodiata da Aristofane in Rane (v. 1264 e segg.), con lo scolio relativo che completa la citazione.
  2. Fr. 225 Mette.
  3. Fr. 135 Radt.
  4. Edward Christian Kopff, Ancient Greek Authors, Farmington Hills, Gale, 1997.
  • Antonio Garzya, Sui frammenti dei Mirmidoni di Eschilo, in Juan Antonio López Férez (a cura di), De Homero a Libanio. Estudios actuales sobre textos griegos, vol. 2, Madrid, 1995, pp. 41–56.
  • Alain Moreau, Eschyle et les tranches des repas d’Homère: la trilogie d’Achille, in "CGITA", n. 9, 1996, 3–29.
  • M. L. West, Iliad and Aethiopis on the stage: Aeschylus and son, in "Classical Quarterly", n. 50, 2000, 338–352.
  • Pantelis Michelakis, Achilles in Greek Tragedy, Cambridge, CUP, 2002, pp. 22–57.