L’oasi WWF di Bosco Rocconi e Roccalbegna

Pensavamo di andare in montagna, e invece la strada per Bosco Rocconi scende. Scende poco fuori dal paese di Santa Caterina (per chi viene da nord) e subito diventa bianca, mentre ai lati, dietro le piante, all’improvviso si impennano brulli scogli di marmo rosato; mentre la valle si restringe e la quota si abbassa, a sinistra fa capolino il letto, secco e acciottolato, di un accora sottilissimo Albegna.

La valle in cui si estende l'Oasi

La valle in cui si estende l’Oasi

L’ingresso all’Oasi è ai piedi della rupe più grande, la prima attrazione dell’area; è qui infatti che nidificano i falchi, il Lanario e il Pellegrino, che perlustrano la rocca seguendo i loro invisibili confini. I rapaci sono il principale motivo dell’esistenza dell’Oasi, nata proprio per salvaguardare un territorio rimasto selvaggio e poco toccato dall’intervento dell’uomo.

La prima tappa della nostra esplorazione è una brevissima arrampicata fino all’osservatorio nascosto proprio di fronte alla rupe dei falchi: qui è piazzato un cannocchiale, che ci svela indiscreto i segreti del nido e della cova. Il silenzio e il vento raccontano l’inaccessibilità di quelle pareti e il privilegio di poterne essere ospiti fugaci; lo sguardo affonda sulle cime degli alberi e rimbalza verso il cielo.

La rupe dove nidificano i falchi

La rupe dove nidificano i falchi

Dopo la presentazione al falco, Sonia, appassionata custode guardiana del luogo, ci guida nella passeggiata “lunga”, quella che permette di toccare tutti gli ambienti che la valle racchiude. Lungo il corso del torrente Rigo, affluente fantasma dell’Albegna, si passa infatti dai boschi ai prati, dagli stagni alle radure, dalla macchia alle spiagge del fiume.

Dall'alto, in senso orario: anemone bianco, anemone viola, elleboro, orchidee selvatiche

Dall’alto, in senso orario: anemone bianco, anemone viola, elleboro, orchidee selvatiche

Il bosco è formato prevalentemente da querce; a terra uno spudorato ricamo rosa e bianco di ciclamini e anemoni rallenta ogni passo, e l’attenzione si frantuma in tante piccole scoperte. Le orchidee selvatiche, le ranocchie che ti guardano, i falchi che girano intorno al loro posatoio preferito, il gorgoglio del fiume sempre più vicino.

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Quando arriviamo alla confluenza del Rigo con l’Albegna è ora di fermarsi un po’; l’acqua è limpidissima e scivola sui roccioni rossi per sparire in pozze e piscinette. Dal fiume il percorso risale attraverso un tratto pianeggiante ombreggiato da pioppi, tra ciclamini, giacigli di cinghiali e carbonaie, forse l’unica traccia davvero umana in questo luogo.

Due tratti del corso del fiume Albegna

Due tratti del corso del fiume Albegna

Il sentiero si chiude ad anello e, dopo un’ultima salita, conduce di nuovo all’ingresso dell’Oasi. Lentamente si riemerge dalla valle, il verde lascia il posto al giallo, al grigio e al cielo; un rapace ci taglia in picchiata la strada e controlla che stiamo andando via per davvero. “Qui è mio, eh?“…

Tornati sulla statale, una breve sequenza di tornanti conduce a Roccalbegna. Già da lontano il borgo medievale si presenta con le sue due rocche (il Cassero Senese e la Rocca Aldobrandesca), prosecuzione artificiale dei due spuntoni rocciosi tra cui è incuneato il paesino.

Roccalbegna vista dalla strada

Roccalbegna vista dalla strada

Soltanto i musi grotteschi della fontana vicina al ponte sull’Albegna spiano interdetti i nostri passi tra le stradine, mentre, per una volta senza guida e senza tappe prestabilite, ci attardiamo sospesi nel tempo immobile di un insolito lunedì di ferie.

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Per chi volesse visitare l’Oasi di Bosco Rocconi è necessario prendere contatto telefonico direttamente con i guardiani del parco e fissare il giorno della visita. Il numero di riferimento per le informazioni è 320/8223972, da qui sarete reindirizzati direttamente ai guardiani del parco.

Dal bosco al mare: girando attorno a Cala Violina

Per chi vuole andare a Cala Violina l’accesso al mare è piuttosto veloce: 15 minuti attraverso un sentiero largo nel bosco (che pure riserva qualche sorpresa), un ripido balzo e la spiaggia si apre lì davanti. Ma le colline che salgono su dal mare nascondono una rete di sentieri che si intrecciano, ricongiungendosi via via con la direttrice principale del sentiero che da Portiglioni conduce a Pian d’Alma, camminando a mezza costa e toccando cala Martina prima e cala Violina poi.

Il giro che abbiamo scelto questa volta è stato tracciato con Orux Maps* e riportato su Google Maps: volendo la traccia gps (.kml) è scaricabile cliccando sull’immagine.

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*I tracciati gps (.gpx o .kml) possono essere registrati con svariate applicazioni per smartphone (nonché con navigatori gps); Orux Maps è gratuito e nella nostra esperienza più che soddisfacente. L’applicazione può essere usata anche off-line, per ridurre il consumo della batteria (rinunciando all’aggiornamento continuo della mappa), ma con localizzatore gps acceso. Le tracce salvate possono poi essere utilizzate sull’applicazione con cui sono state create oppure esportate e caricate su altre, per esempio su Google Maps nel proprio spazio personale: dal menu a sinistra selezionare “le mie mappe” e successivamente “crea mappa”; a questo punto basterà cliccare su “importa” e caricare il file .gpx (o .kml) desiderato per visualizzare la traccia!

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La macchia mediterranea in questo periodo dà forse il meglio di sé: i colori esplodono, per terra e in aria, nei funghi e nelle bacche rossoarancio; il suolo è disseminato di tesori e, complice un sole particolarmente generoso, gli uccellini e le farfalle si esibiscono nelle loro pantomime.

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Ogni passo è una pagina di un libro conosciuto: sfogli e guardi le illustrazioni, una dopo l’altra, e ti compiaci di ritrovarle e riconoscerle. La ghianda del cerro, con il cappuccio irto di spine; le corbezzole, ancora indecise se virare al rosso o all’arancio; il cisto, adesso senza fiori ma con le foglie verdi e polpose che sembrano di velluto.

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E all’improvviso un frullio, un cespuglio che si anima e una vocina sottile: è lui, piccino piccino, con la sue “cresta” gialla che ne reclama la presenza. Fruga tra bacche e semini di chissà cosa, saltella e per qualche minuto si pavoneggia, giusto il tempo di due o tre scatti.

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Una femmina di Regulus regulus

È il regolo, uno dei due uccellini più piccoli d’Europa assieme al Fiorrancino (pesa cinque grammi!). Il suo nome in latino significa “piccolo re”, e deriva proprio dalla corona dorata – nelle femmine – o arancione –  nei maschi -, che porta in testa; si nutre di insetti e larve e nidifica prevalentemente nei boschi di conifere. Si può facilmente osservare da noi tra settembre e marzo.

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Il regolo su un ramo di Dittrichia viscosa

Tutte queste cose le sapremo sapremo soltanto dopo, una volta tornati a casa, al momento di rimettere ordine nelle emozioni e nelle immagini che questa bella passeggiata d’autunno ci ha lasciato.

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Allora ciao, regolo. Piacere di aver fatto la tua conoscenza!

L’Oasi WWF di Orbetello

Un monte, l’Argentario, in mezzo al mare; due sottili strisce di terra, i tomboli, che lo raccordano con la linea di costa; e una laguna, abbracciata e protetta da questa buffa protrusione della costa. Sono questi i tre elementi che danno vita ad un ecosistema straordinario, quello della Laguna di Orbetello, non a caso sede di una delle più antiche riserve WWF insieme a quella del lago di Burano, situato pochi chilometri più a sud.

La laguna delimitata a ponente dal tombolo della Giannella e a levante da quello della Feniglia

La laguna delimitata a ponente dal tombolo della Giannella e a levante da quello della Feniglia

La riserva naturale si annida in una articolata propaggine della laguna di ponente (in verde nella mappa); fondata già nel 1971, oggi ospita 257 specie di uccelli tra migratori e stanziali e moltissime specie di pesci.

Il percorso si articola in tre diversi “settori”: la stazione della Giannella, il percorso ornitologico e quello botanico. Nel primo, con accesso libero e gratuito dal tombolo della Giannella, si trovano il Centro di Educazione Ambientale, ospitato all’interno di un casale spagnolo del ‘600, un capanno per l’osservazione dell’avifauna e il “Giardino delle Farfalle”, un’area a giardino con pannellistica sulla flora locale.

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Il percorso ornitologico, con ingresso a pagamento (6 euro) si snoda lungo il bordo della laguna con ben nove capanni di osservazione; è aperto da 1 settembre al 30 aprile nel fine settimana, dalle 9.30 alle 15. Per giungervi si esce al km 148 della s.s. 1 Aurelia, seguendo le indicazioni WWF.

Il punto informazioni WWF all'inizio del percorso

Il punto informazioni WWF all’inizio del percorso

I capanni si nascondono sul limitare del canneto, dove la vegetazione palustre e la salicornia cedono lo spazio all’acqua salmastra. Tra le evanescenti macchie rosa dei fenicotteri, che qui giungono dalla Camargue per trascorrere i mesi invernali e si mantengono sempre a ragguardevole distanza dalla riva, le specie più facili da avvistare sono gli aironi, il martin pescatore, che con i suoi guizzi improvvisi si beffa dell’obiettivo, e i rapaci, pazientemente in cerca di prede su cui piombare dall’alto.

 In primo piano una femmina di Albanella minore (Circus pygargus); sullo sfondo fenicotteri e un airone bianco maggiore.

In primo piano una femmina di Albanella minore (Circus pygargus); sullo sfondo fenicotteri e un airone bianco maggiore.

Recentemente nell’area è stato reintrodotto anche l’Ibis eremita, che non abbiamo avuto la fortuna di avvistare, una specie quasi estinta in Europa per la quale è stato avviato dal WWF un progetto di conservazione e ripopolamento. Dal 2012 le coppie hanno iniziato a riprodursi e tornano ogni anno a popolare la laguna, oltrepassando le Alpi e la Laguna Veneta, per trascorrervi l’inverno.

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Il chiurlo (Numenius arquata)

Durante la nostra visita abbiamo avuto modo di osservare da vicino il chiurlo, un limicolo (il più grande d’Europa!) dall’inconfondibile becco ricurvo atto a sondare il basso fondale in cerca di cibo.

Un esemplare di airone bianco maggiore accanto a un giovane di airone grigio

Un esemplare di airone bianco maggiore accanto a un giovane di airone grigio

Il terzo percorso (indicazioni per Bosco Patanella), il cui accesso è situato poco più avanti dell’ingresso all’Oasi, è anch’esso gratuito e consente una rilassante passeggiata attraverso il bosco di pini e sughere che lambisce le rive della laguna. Il sottobosco, costituito da macchia mediterranea, è ricchissimo di funghi.

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Il sentiero nel bosco Patanella

Ai lati del sentiero, tra le foglie secche o sui ceppi dei tronchi abbattuti, chiazze gialle, purpuree o verdine  tradiscono il fermento incessante della terra, che sfugge ai sensi e che l’ospite occasionale del bosco può soltanto intuire…

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Da sin., Gymnopilus spectabilis, una russola e una amanita

La galleria di Tracce

Tracce inaugura da oggi una nuova pagina, o meglio una galleria fotografica: numerosi degli scatti naturalistici raccolti, rubati non solo alla terra di Maremma (quelli già corredano i post!) ma anche agli spicchi di mondo su cui nel volgere di pochi anni ci siamo rapidamente affacciati, inizieranno pian piano a migrare dai nostri hard disk alla piattaforma WordPress, con la speranza di iniziare a viaggiare di nuovo… sui vostri device elettronici!

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Per cominciare abbiamo inserito una selezione di foto ornitologiche scattate nel Parco della Piana a Sesto Fiorentino. Per iniziare l’esplorazione basta cliccare sull’immagine!

Passeggiata a Bocca d’Ombrone

Anche se non altrettanto famoso dell’Arno, l’Ombrone è il secondo fiume toscano per lunghezza; dopo un tortuoso percorso attraverso le province di Siena e Grosseto si getta in mare nel Parco dell’Uccellina, presso Istia. La  foce, con il suo peculiare ecosistema, si può raggiungere a piedi. Partendo da Alberese una strada asfaltata percorribile in macchina, la via del Mare, conduce fino alla spiaggia; da qui, muovendosi verso nord, si arriva alla “bocca” del fiume. La passeggiata corrisponde all’Itinerario A/7 del Parco.

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In origine la zona costiera a sud del fiume era occupata da paludi, che le opere di canalizzazione hanno parzialmente ridotto per lasciare spazio alla vasta pineta granducale, estesa per tutto il Parco della Maremma.

La "macchia" di rami e tronchi flottati sulla spiaggia

La “macchia” di rami e tronchi flottati sulla spiaggia

Il percorso inizia sulla spiaggia, caratterizzata, come quella del Parco, dagli scheletri di capanne che i frequentatori del luogo costruiscono con i rami e tronchi portati dal mare. Oltrepassata una fitta macchia di “legni morti” si accede al sentiero, che corre dritto su un argine artificiale eretto a separare la zona paludosa dal mare. Sulla destra la zona paludosa mantiene l’originario toponimo di Salina di San Paolo (una salina in posizione analoga era quella, più a nord, presso la Torre del Sale vicino a Piombino); l’estrazione del sale, iniziata in quest’area (come nel lago di Prile) già in epoca etrusca, quando il territorio era sotto il controllo della città di Roselle, continuò fino ad epoca lorenese.

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L’argine artificiale che divide la zona paludosa dal mare

Al termine dell’argine si arriva alla foce del fiume e alle chiuse che regolano il flusso delle acque del canale nell’interno, in corrispondenza delle quali sorge il casello idraulico. L’edificio, caratterizzato da una sobria decorazione liberty attorno alle finestre e analogo per aspetto e funzioni a quella di Scarlino, porta una targa con la data di edificazione ad opera del Corpo Reale del Genio (CRG, cioè il Genio Civile): il 1908.

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Il casello idraulico

Dopo i primi tentativi ad opera dei Medici, fu il Granduca Leopoldo II che, a partire dal 1828, dette il via al sistematico risanamento igienico-idraulico del territorio dalla Maremma grossetana fino alla Val di Cornia, con il duplice intento di debellare la malaria e di incrementare lo sviluppo agricolo, industriale e turistico della zona. Con il XX secolo le operazioni di bonifica sono poi continuate, rese più semplici dall’impiego di forza lavoro meccanizzata e dalla progressiva elettrificazione del territorio, consentendo un progressivo miglioramento produttivo dei terreni recuperati alle paludi. Mentre però fino all’unificazione d’Italia le opere di bonifica erano eseguite dai proprietari delle terre, intorno al 1880 il risanamento cominciò ad essere considerato un’opera di interesse pubblico. Fu per diretto intervento dello Stato, quindi, che si decise la costruzione in punti particolarmente sensibili di immobili che soddisfacessero le esigenze di conservazione delle attrezzature occorrenti alla manutenzione delle opere idrauliche e, contemporaneamente, fossero anche idonei ad ospitare i guardiani con le rispettive famiglie: caselli come questo, che fu abitato fino agli anni 70 del secolo scorso.

Poco oltre il casello idraulico inizia un breve sentiero, in parte su passerella, che costeggia la foce del fiume e conduce ad un capanno di osservazione; l’avifauna che è possibile avvistare è illustrata dalla pannellistica apposita.

Il percorso per l'osservazione dell'avifauna

Il percorso schermato per l’osservazione dell’avifauna

Il caso ha voluto che, oltre ai soliti aironi, nel  momento in cui siamo passati di lì volteggiasse in caccia un falco pescatore (Pandion haliaetus), più difficile da avvistare del falco di palude e riconoscibile da quest’ultimo per il piumaggio più chiaro. Successivamente abbiamo scoperto che si tratta di un frequentatore ben noto dell’area: una coppia di questi rapaci migratori infatti nidifica e si riproduce qui dal 2011, dopo ben 42 anni che non si registrava un evento del genere sul suolo italiano, secondo quanto indicano i monitoraggi degli esemplari noti.

Il falco pescatore

Il falco pescatore

Al ritorno, se non si trovano da seguire altre tracce (di carri fantasma o improbabili accoppiate ferine!) si può passare attraverso la pineta, che, sebbene in questo tratto non sia particolarmente rigogliosa, costeggia in parte il sentiero sopraelevato, sbucando dalla macchia sempre sulla via del Mare, poco più nell’interno rispetto all’inizio della passeggiata.

Chi passa lascia tracce...

Chi passa lascia tracce…

Nella palude alla foce del Cornia

Al limite settentrionale del golfo di Follonica, già quasi all’ombra delle ciminiere di Piombino, sfociano le acque del Cornia, abbracciando nel loro ultimo tratto un lembo di terra ricco di testimonianze storiche e di alto interesse naturalistico. Lo attraversa la direttrice della Strada Geodetica, che taglia attraverso i campi correndo parallela alla costa; da qui, seguendo le indicazioni, è possibile raggiungere l’ingresso dell’Oasi WWF Orti-Bottagone, dove è possibile parcheggiare e raggiungere, con una ventina di minuti di cammino, la spiaggia.

Biancospino fiorito

Biancospino fiorito

La strada bianca che conduce al mare è fiancheggiata dal Fosso Cosimo; affacciate su di esso sorgono delle baracche per la pesca, macchie di colore e lamiera da cui Tom Sawyer potrebbe far capolino da un momento all’altro. Davanti alle costruzioni, in traballante equilibrio su secche zampe di legno, sono tese le reti per la pesca, fragili trame di un ragno ubriaco.

Capanni per la pesca lungo il Fosso Cosimo

Capanni per la pesca lungo il Fosso Cosimo e alla foce del Cornia

A dominare il paesaggio, in forte dissonanza con esso, le due alte ciminiere e gli impianti della centrale termoelettrica, il cui profilo si distingue sempre più chiaramente man mano che ci si avvicina al mare.

Giunti alla spiaggia, il Cornia fa la sua comparsa sulla destra, e confluisce con la strada ed il Fosso; sulla sinistra, a guardia del mare, ciò che rimane della Torre del Sale. L’edificio, che oggi ben poco conserva del suo originario aspetto turrito, costituiva uno dei nodi del sistema di avvistamento che dal Cinquecento (sebbene alcune torri risalgano ad epoca ancora più antica) proteggeva tutta la costa toscana, e le cui tracce si possono ancora oggi chiaramente individuare.

La Torre del Sale con dietro le ciminiere della centrale termoelettrica

La Torre del Sale con dietro le ciminiere della centrale termoelettrica

Le fonti storiche ricordano questo luogo per l’increscioso abbandono delle guardie che vi erano stanziate nel 1568, immediatamente scoperto dagli ufficiali di ronda sulla spiaggia. Oltre a prevenire gli attacchi dal mare, alla torre era riservato anche l’importante compito di sorvegliare le saline, qui attive fino al XVI sec. Trasformato in fortilizio dai Lorena, l’edificio fu poi la sede dei sovrintendenti ai lavori di bonifica dell’area e fino agli anni Sessanta, oramai disarmato, ospitò un distaccamento della guardia di finanza. Oggi, visto dal mare, per una beffarda illusione ottica sembra la poppa di un bastimento che si allontana verso le montagne…

Mentre la torre è sempre accessibile, l’ingresso all’oasi WWF è regolamentato; la visita è possibile il sabato e la domenica ad orari prestabiliti, con l’accompagnamento della guida ambientale, con prenotazione obbligatoria soltanto nei mesi di giugno, luglio e agosto; il biglietto è di 10 o 8 euro, con la riduzione.

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La mappa dell’oasi con gli orari di visita

L’oasi, che si estende per 113 ettari ai due lati della strada Geodetica, è un’istantanea di come tutta l’area si presentava dall’antichità fino al 1800: è l’ambiente della palude, malsano, difficile da abitare e incoltivabile, ma risorsa indispensabile per la fauna e conseguentemente terreno privilegiato per la caccia e la pesca. Dal 1991 in quest’area, isolata e protetta, si fermano e nidificano almeno 203 diverse specie di uccelli. Gli stagni che la costellano appartengono a due ecosistemi diversi tra loro, separati dalla strada: verso terra (Orti) l’acqua è salmastra, alimentata dal mare e dipendente dalle maree, e consente la crescita soltanto di salicornie e alimione; verso il mare (Bottagone) invece è dolce, alimentata dalla falda sotterranea, e la vegetazione comprende canneti e tamerici.

Gli specchi d'acqua salmastra di Orti

Gli specchi d’acqua salmastra di Orti

Gli specchi d'acqua dolce di Bottagone

Gli specchi d’acqua dolce di Bottagone

Sebbene non tutta la superficie dell’oasi sia accessibile, sul sentiero si aprono diversi punti di osservazione: le passerelle coperte da canne consentono di spiare indisturbati la vita sull’acqua e le altane di godere di una diversa prospettiva sulla pianura.

Una Garzetta in volo sulla palude

Una garzetta in volo sulla palude

In questa stagione è possibile avvistare il falco di palude, i fenicotteri, sempre troppo lontani per sembrare più che puntini rosati, aironi cinerini, folaghe e le immancabili garzette; sulla terraferma accompagnano i passi dei visitatori passerotti e pettirossi.

folaga

pettirosso

Visitando l’oasi nel pomeriggio i suoni, i richiami e i riflessi del sole radente contribuiscono a completare un quadro di incredibile e inaspettata armonia, nonostante la Geodetica a pochi metri, l’alta tensione che spartisce il cielo e i centri abitati tutto intorno; e anche la centrale termoelettrica, un po’ sfumata in controluce e a suo modo giustificata dalla storia di un ambiente così ricco e complesso, non stride più così tanto come prima.

Birdwatching: i trampolieri della Diaccia Botrona

La Diaccia Botrona, classificata come zona umida di importanza nazionale, in ogni periodo dell’anno offre ai visitatori un ricco spettacolo in virtù del peculiare ambiente naturale che la caratterizza. Tuttavia è forse l’autunno, complice la sua magica luce, la stagione che riserva le visite  più gratificanti dell’oasi. I canali e gli specchi d’acqua accolgono la sosta e lo svernamento di diverse specie ornitologiche migranti, che è facile osservare dalla terrazza della Casa Ximenes come dal capanno predisposto.

Casa Ximens vista dall'interno del capanno

Casa Ximens vista dall’interno del capanno

Di tutte le specie che è possibile osservare, i più “esibizionisti” sono quelli che nel linguaggio comune sono indicati come trampolieri: gambe lunghe e sottili, movenze aggraziate e notevoli dimensioni sono alcune delle caratteristiche che li identificano, comuni a ciconiformi, gruiformi e fenicotteriformi.

Facili da avvistare su tutta la costa (e ormai anche lungo i fiumi cittadini!) sono gli aironi, sia il bianco maggiore (Egretta alba) che il cinerino (Ardea cinerea). Il primo, riconoscibile per il piumaggio candido, il becco giallo o giallo e nero e le zampe nere o nero giallastre, raggiunge una apertura alare di 170 cm; il secondo, di dimensioni ancora maggiori, è caratterizzato dal colore grigio, con lunghe piume nere sulla testa.

Aironi grigi che si spostano tra gli stagni

Aironi grigi che si spostano tra gli stagni

Piuttosto raro è invece l’airone rosso (Ardea purpurea), che abbiamo avuto la fortuna di incontrare non lontano da qui ma in aprile, nella stagione dell’accoppiamento. Poco più piccolo dell’airone grigio e dal colore simile, si riconosce per le striature rosso-marroni sul collo e sulle ali.

Molto facile da osservare è anche la garzetta (Egretta garzetta), un airone un po’ più piccolo (arriva a 95 cm di apertura alare), con le zampe nere, i piedi gialli e lunghe piume dietro la testa (che scompaiono però in inverno), che abbiamo seguito dall’ombra del capanno mentre pescava sulla riva del canale.

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La garzetta che punta le sue prede

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Oltre che essere facilmente avvicinabile la garzetta è anche particolarmente fotogenica…

La garzetta ad ali spiegate

La garzetta ad ali spiegate

Lo spettacolo più insolito per i cittadini, tuttavia, è costituito dai fenicotteri (Phoenicopterus ruber), così frivoli col loro piumaggio rosa rosso e nero, che si spostano di pochi metri alzandosi e abbassandosi tutti insieme sullo specchio d’acqua. I fenicotteri, che tutti riconoscono per il loro colore, dalla nascita fino a quattro anni di età sono grigi e si nutrono di molluschi e crostacei tuffando la testa in acqua e filtrando il fango con il grande becco, appositamente conformato; è proprio il carotene contenuto nel guscio dei crostacei di cui si nutrono a conferire il caratteristico colore alle piume. A differenza degli altri trampolieri, i fenicotteri alla Diaccia Botrona sono soltanto di passaggio nel loro volo verso i laghi salati della Tunisia dove trascorrono l’inverno.

Fenicotteri che cercano il cibo nell'acqua

Fenicotteri che cercano il cibo nell’acqua

Sebbene la vita di tutti questi uccelli sia assolutamente legata alla presenza di acqua, da cui traggono il loro sostentamento, non sono esattamente uccelli acquatici: si tratta infatti di specie limicole, adatte cioè a vivere sulla sabbia bagnata della riva e non a nuotare come le anatre. A differenza delle specie acquatiche, infatti, le loro zampe non sono palmate, non servono a nuotare ma ad ancorarsi al terreno e sui rami degli alberi.

Oltre a questi “big” molte sono le specie acquatiche che è possibile avvistare nella palude (non tutte altrettanto facili da fotografare, purtroppo…): se, per esempio, mentre osservate i germani e le folaghe che nuotano tranquilli negli specchi d’acqua vi capitasse di sentire un frullio d’ali e subito dopo di vedere una saetta azzurra che guizza davanti a voi… Ecco. Era un martin pescatore (Alcedo atthis)!

Martin pescatore (photo credit http://it.wikipedia.org/wiki/Alcedo_atthis)

Martin pescatore (photo credit http://it.wikipedia.org/wiki/Alcedo_atthis)

Il lago di Burano

Tra le tante aree umide costiere della Maremma, un luogo di grande fascino è sicuramente il lago di Burano; e non solo per il paesaggio o i facili avvistamenti di avifauna, ma anche per la suggestione che esercita la sua storia, per quanto relativamente recente. Per una volta non si parla infatti di laghi preistorici o porti romani, ma della prima oasi WWF in Italia, nata quasi per caso, poco sotto l’Argentario, in corrispondenza della vippissima Capalbio.

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Il lago visto dal mare verso Capalbio (sopra) e dalla terraferma verso il mare (sotto)

Qui nel 1967 fu creata la prima Oasi, sottraendo l’area allo sfruttamento turistico al quale era destinata. Il sistema che essa salvaguarda si compone di un basso lago costiero salmastro formato da due immissari, profondo circa un paio di metri e costeggiato, dalla parte del mare, da un “chiaro”, in dialetto maremmano uno stagno. A dividere questi specchi d’acqua dal mare è uno stretto tombolo sabbioso, sul quale si sviluppa la duna. Oggi tutta l’area è una Riserva Naturale dello Stato la cui gestione è affidata al WWF; vi si accede dal centro visite presso Capalbio Scalo, l’ingresso è consentito soltanto con la guida naturalistica e si paga un biglietto di 10 euro.

Dal centro visite si può arrivare liberamente alla riva del lago, dalla parte della terraferma, lungo un percorso con pannelli esplicativi che conduce ad un pontile.

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Una coppia di germani presso il pontile

La visita guidata ha invece luogo sul tombolo, cui si arriva aggirando il lago con l’auto. Il percorso, disseminato di capanni di avvistamento, è quasi interamente accessibile ai diversamente abili e si snoda attraverso la macchia che ricopre la duna. Sebbene questa non sia la stagione migliore per gli avvistamenti di uccelli (i mesi di ottobre e novembre dovrebbero essere i più adatti) affacciarsi dalle strette finestre dei capanni ricompensa comunque sempre con qualche soddisfazione. Grazie anche alla strumentazione messa a disposizione delle guide è possibile avvistare cigni, germani, folaghe, garzette, aironi bianchi e cinerini e sterne, oltre agli onnipresenti gabbiani. Camminando noi abbiamo avuto anche la straordinaria fortuna di avvistare quattro aironi rossi (riconosciuti a posteriori grazie a un bell’ingrandimento), che pare siano molto rari in questa zona.

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Aironi rossi in volo

Attraverso il percorso la guida illustra le caratteristiche del bosco: dalla formazione della duna alle piante più antiche che vi si nascondono, come una fillirea di più di cinquecento anni: all’apparenza un normale cespuglio, a guardar bene si presenta come un intrico complicatissimo di rami e tronchi pieno di diramazioni.

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La Fillirea e il dettaglio delle foglie

Il sentiero continua poi attraverso la macchia mediterranea, costeggiato da ginepro, cisto, mirto, lentisco. Lungo il percorso è piacevole scoprire con quanta facilità si possano individuare le tracce del passaggio della fauna locale, come le orme dei cinghiali o quelle delle volpi.

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Il sentiero nella macchia mediterranea

Sulla duna è stata anche individuata una sughera, sconosciuta fino a pochi decenni fa e quindi mai sfruttata per il suo prodotto, che si compone adesso di tre tronchi originati dallo stesso ceppo centrale. La sughera, dato il suo scarso rendimento (la corteccia può essere estratta a intervalli di una decina d’anni) non può essere coltivata e viene sfruttata soltanto laddove cresce naturalmente, in una ridotta fascia che va dal Portogallo alle coste tirreniche dell’Italia.

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La quercia da sughero centenaria all’interno dell’oasi

Terminato il percorso lungo il lago, attraversando la parte più recente e più fitta della duna, dove il sentiero non è segnato, è possibile accedere al mare. La spiaggia non rientra nel Parco, ma è comunque salvaguardata dallo sfruttamento turistico e mantiene il suo aspetto selvaggio, un po’ come il tratto incluso nei confini del Parco dell’Uccellina.

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La duna vista dalla spiaggia, la costa verso l’Argentario e verso sud.

Le visite guidate all’Oasi di Burano sono possibili nei mesi da settembre a maggio la domenica ed i festivi alle 10 ed alle 14.30. Dopo aver trascorso una mattinata nell’Oasi, la giornata può essere completata con una visita a tema archeologico, presso Ansedonia, dove si trovano le installazioni portuali antiche, ed alla città romana di Cosa, che dista una decina di minuti in macchina dal lago.

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Il lago ed il chiarone (in primo piano) visti dalla torre di osservazione sul tombolo

Le rondini di Sticciano

Sul colle di fronte a Montepescali, a due passi dall’Aurelia, incombente sulle rive di quello che nei tempi antichi era il “Lacus Prilis”, nel comune di Roccastrada, sorge un paesino. Circa quattro chilometri di curve dalla pianura per raggiungere la sommità del colle, poi la strada finisce e lì vi accoglie Sticciano: una bella piazza su cui si affaccia la chiesa romanica, da cui si può godere di spettacolari tramonti sul mare, e viuzzi stretti che girano a chiocciola attorno al “Cassero”, ornati da orti e giardini in cui spiccano i rossi dei gerani.

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Montepescali visto da Sticciano

Non un paesino di quelli tutti risistemati e da cartolina, però; a Sticciano c’è anche qualche muro un po’ cadente, ci sono i gatti che fanno capolino da dietro le sedie lasciate agli angoli delle strade, per stare a godere del fresco della sera, e non ci sono negozi ma soltanto abitazioni, anche se, di Sticcianesi veri, oramai ne son rimasti pochi.

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Una micia tricolore di Sticciano

A ricordo delle antiche glorie del paese medievale rimangono i resti di muri che si innalzavano a partire da uno spuntone di roccia viva nel punto più alto del paese, il Cassero, appunto, e la chiesa. La pieve di S. Mustíola (martire cristiana del III sec.), ricordata nei documenti già nel 1188, risale nelle forme attuali alla metà del XIII sec. ed è dedicata alla SS. Concezione (qui altre interessanti informazioni sulla storia del borgo). Nella parte che guarda verso il mare, nelle vecchie mura hanno trovato posto le abitazioni, che si affacciano a strapiombo sulla strada.

pieve

La chiesa di S. Mustiola e uno scorcio del paese (foto http://www.fototoscana.it)

Prima che il moderno e più comodo borgo di Sticciano Scalo, sorto in pianura a fianco della ferrovia, soppiantasse le funzioni primarie del paese in cima alla collina, a Sticciano c’era anche la scuola. Oggi è chiusa e abbandonata, ma dietro le persiane sgangherate e nella cantina che si apre al di sotto di essa  ogni anno ritrovano casa le rondini che si fermano qui per l’estate. Chi è abituato alla città potrebbe stupirsi ammirando questi garruli uccellini (hirundo rustica, per la precisione), poco più grandi di un passerotto ma con la coda lunghissima, col manto nero azzurro, la pancia bianca e la gola rossa, che non lanciano le grida acute tanto familiari nelle estati cittadine, ma cinguettano. Quelli che infatti vediamo tornare oramai ogni anno nelle grandi città e che in genere siamo abituati a considerare rondini sono in realtà rondoni (apus apus), di dimensioni maggiori, col manto tutto nero, la gola bianca e le ali molto più lunghe. E pensare che, nonostante la somiglianza, non sono parenti delle rondini, bensì dei colibrì! Anche i rondoni sono presenti a Sticciano; grandi volatori, si riconoscono quando sfrecciano velocissimi vicino alle case all’ora del tramonto (raggiungono i 220 Km/h e in volo riescono addirittura a dormire), in cerca di cibo, come dei razzi che puntano diritto in una direzione. Le rondini, invece, dal volo irregolare e apparentemente privo di senso, si osservano facilmente quando si posano, spesso sui fili della luce che corrono lungo i muri; anche loro, sembra, come le vecchie signore che chiacchierano agli angoli delle strade.

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Le rondini sui fili e vicino alle finestre