Pensavamo di andare in montagna, e invece la strada per Bosco Rocconi scende. Scende poco fuori dal paese di Santa Caterina (per chi viene da nord) e subito diventa bianca, mentre ai lati, dietro le piante, all’improvviso si impennano brulli scogli di marmo rosato; mentre la valle si restringe e la quota si abbassa, a sinistra fa capolino il letto, secco e acciottolato, di un accora sottilissimo Albegna.
L’ingresso all’Oasi è ai piedi della rupe più grande, la prima attrazione dell’area; è qui infatti che nidificano i falchi, il Lanario e il Pellegrino, che perlustrano la rocca seguendo i loro invisibili confini. I rapaci sono il principale motivo dell’esistenza dell’Oasi, nata proprio per salvaguardare un territorio rimasto selvaggio e poco toccato dall’intervento dell’uomo.
La prima tappa della nostra esplorazione è una brevissima arrampicata fino all’osservatorio nascosto proprio di fronte alla rupe dei falchi: qui è piazzato un cannocchiale, che ci svela indiscreto i segreti del nido e della cova. Il silenzio e il vento raccontano l’inaccessibilità di quelle pareti e il privilegio di poterne essere ospiti fugaci; lo sguardo affonda sulle cime degli alberi e rimbalza verso il cielo.
Dopo la presentazione al falco, Sonia, appassionata custode guardiana del luogo, ci guida nella passeggiata “lunga”, quella che permette di toccare tutti gli ambienti che la valle racchiude. Lungo il corso del torrente Rigo, affluente fantasma dell’Albegna, si passa infatti dai boschi ai prati, dagli stagni alle radure, dalla macchia alle spiagge del fiume.
Il bosco è formato prevalentemente da querce; a terra uno spudorato ricamo rosa e bianco di ciclamini e anemoni rallenta ogni passo, e l’attenzione si frantuma in tante piccole scoperte. Le orchidee selvatiche, le ranocchie che ti guardano, i falchi che girano intorno al loro posatoio preferito, il gorgoglio del fiume sempre più vicino.
Quando arriviamo alla confluenza del Rigo con l’Albegna è ora di fermarsi un po’; l’acqua è limpidissima e scivola sui roccioni rossi per sparire in pozze e piscinette. Dal fiume il percorso risale attraverso un tratto pianeggiante ombreggiato da pioppi, tra ciclamini, giacigli di cinghiali e carbonaie, forse l’unica traccia davvero umana in questo luogo.
Il sentiero si chiude ad anello e, dopo un’ultima salita, conduce di nuovo all’ingresso dell’Oasi. Lentamente si riemerge dalla valle, il verde lascia il posto al giallo, al grigio e al cielo; un rapace ci taglia in picchiata la strada e controlla che stiamo andando via per davvero. “Qui è mio, eh?“…
Tornati sulla statale, una breve sequenza di tornanti conduce a Roccalbegna. Già da lontano il borgo medievale si presenta con le sue due rocche (il Cassero Senese e la Rocca Aldobrandesca), prosecuzione artificiale dei due spuntoni rocciosi tra cui è incuneato il paesino.
Soltanto i musi grotteschi della fontana vicina al ponte sull’Albegna spiano interdetti i nostri passi tra le stradine, mentre, per una volta senza guida e senza tappe prestabilite, ci attardiamo sospesi nel tempo immobile di un insolito lunedì di ferie.


























































